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    <title>R: Reddito, adesso</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39305</link>
    <description>&lt;pre&gt;premesso che sugli aspetti macroeconomici i tempi impongono un sacco di 
domande, anche nuove, sul reddito di cittadinanza mi sembra che questo 
"reddito, adesso" riproponga alcuni temi da interrogare. Me ne viene a mente 
uno non secondario. E cioè che lasci trasparire una concezione dell'economia 
dove c'è da una parte il lavoro, sfera della contrazione ormai naturale della 
base produttiva, dall'altra quella del reddito individuale. Da una parte si 
tratta di una concezione troppo socialista, destinata a scontrarsi con i limiti 
dell'organizzai&amp;lt;one dell'economia (e quindi del reddito) da parte dello stato 
(anzi, cosa ne resta dello stato, peggio ancora).Mentre dall'altra non abbia 
alcuna visione, e quindi nessuna politica, di come si generino economie al di 
fuori del capitalismo grazie ad una forte immissione di reddito di cittadinanza 
nella società capitalista.
Sono sempre stato, e sono, a favore del reddito di cittadinanza. Lo ritengo 
una misura di civilità minima, come il same sex marriage o l'educazione e il 
wireless, che deve e può essere presente in forme di società anche molto 
diverse tra loro. Ma la potente complessità del tema temo oggi sfugga tra 
questioni epistemologiche, devo dire non irresistibili, su cosa è bene comune, 
insistenza troppo meccanica sui "diritti dell'individuo", e scorciatoie etiche 
nella richiesta del reddito.

mcs



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ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen


&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>mcsilvan_&lt; at &gt;libero.it</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-18T07:22:50</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39304">
    <title>R: 2° sciopero nazionale della logistica: report e considerazioni da Milano</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39304</link>
    <description>&lt;pre&gt;
in quanto bruto materialista mi convince un sindacato che recupera soldi e 
garantisce diritti. Avendo visto in epoche lontane, quando ero giovanissimo 
operaio, all'opera la capacità di recuperare soldi e diritti..mi sono fatto 
l'idea che i livelli di democrazia interna, di politically correctness, di 
capacità strategica non erano poi ottimali :) Però funzionava ed è quello che 
si chiede a una lotta sindacale. Che è il livello più-meravigliosamente sporco 
del conflitto. Se sai governare quello vai dove ti pare

mcs

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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>mcsilvan_&lt; at &gt;libero.it</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-18T06:49:53</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39303">
    <title>Marazzi</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39303</link>
    <description>&lt;pre&gt;Cr*,

Populismo strutturale
16 maggio 2013, Posted in  Critical 

di Christian Marazzi

È di questi giorni l'allarme lanciato dall'OCSE (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) sui rischi sociali e politici dell'aumento delle disuguaglianze, cioè della distanza tra ricchi e poveri, come effetto della crisi finanziaria globale e delle misure di austerità perseguite dai governi per ridurre i deficit. 

Nei primi tre anni della crisi, dal 2008 al 2010, le disuguaglianze sono infatti cresciute più che nei 12 anni precedenti la crisi. José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, lo scorso mese si era espresso anch'egli in tal senso, dicendo che le politiche d'austerità avevano ormai raggiunto il loro limite di sopportazione e che quindi è necessario fare tutto il possibile per promuovere la creazione di posti di lavoro e ridurre le disuguaglianze. Indubbiamente qualcosa sta cambiando nella percezione politica dell'inefficacia delle politiche neo-liberali, se è vero che gli economisti dello stesso FMI da qualche mese stanno mettendo in discussione la strategia del contenimento della spesa pubblica per rilanciare le economie dei paesi sviluppati. Una svolta di non poco conto, se è vero che per quarant'anni il FMI questa strategia l'ha imposta sistematicamente a tutti i paesi in via di sviluppo indebitati. 

Per il momento, la via scelta dai paesi sviluppati per uscire dalla crisi è quella di stampare moneta a più non posso, ma ancora non si vedono i risultati di tale strategia monetaria, se è vero che tutta la liquidità iniettata in circolazione non "sgocciola" sull'economia reale, non arriva cioè alle imprese né tantomeno alle famiglie, restando invece nei circuiti finanziari, alimentando in tal modo il rischio di una nuova bolla che secondo alcuni analisti potrebbe scoppiare tra non molto.

A subire le conseguenze di questo stato di crisi permanente sono in molti: non solo i salariati alle prese con la disoccupazione e la precarietà del lavoro, ma anche i piccoli e medi imprenditori strozzati dal costo del denaro e dalla mancanza di sbocchi di mercato. La disperazione è tale che il numero di suicidi nei paesi più colpiti dalla crisi è aumentato in modo spaventoso. C'è anche un'altra categoria di lavoratori che si trova in crescente difficoltà. Si tratta dei lavoratori indipendenti, o lavoratori autonomi, che negli ultimi trent'anni sono aumentati ovunque in modo sensibile a causa dei nuovi modelli di organizzazione aziendale, cioè dell'esternalizzazione o outsourcing.

In Svizzera gli indipendenti rappresentano ormai il 14% della popolazione attiva, in Germania l'11,2%, in Italia il 24% e in Grecia il 31%. Ad aggravare la situazione dei lavoratori autonomi, oltre la crisi economica e la concorrenza "tra poveri", si aggiunge la mancanza di tutele sindacali e il cumulo di lacune assicurative (in Svizzera un quarto degli indipendenti non è coperto né dal secondo né dal terzo pilastro, e in Ticino addirittura un terzo!). Dei lavoratori autonomi non si parla mai, li si considera superficialmente dei "liberi professionisti", mentre sono a tutti gli effetti dei lavoratori eterodiretti, cioè lavoratori dipendenti dalle grandi e medie imprese che per primi subiscono gli effetti della crisi, senza però essere sindacalmente e politicamente rappresentati. Non ci si stupisca, quindi, se il rancore, la rabbia e la disperazione vanno ad alimentare il cosiddetto "populismo". I motivi ci sono, e sono decisamente strutturali.

http://tysm.org/?p=9555


singolarità qualunque
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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>singolarità qualunque</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T18:28:06</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39302">
    <title>Re: R: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39302</link>
    <description>&lt;pre&gt;

Tanto per esplicitare una delle cose che di cui mi sono sempre più 
convinto: se nel passaggio a quel biocapitalismo cognitivo su cui Afuma ha 
sapientemente esercitato il suo talento, si è individuato un ganglio 
centrale nei processi di informatizzazione, ci sono dei motivi. Questi 
motivi sono stati spesso citati. Qui basta fare cenno al rapporto stretto 
che lega la globalizzazione alla smaterializzazione del denaro e della 
transazioni commerciali e alla crescente dimensione che la macchina 
informatica ha assunto nel processo lavorativo.

Questo è uno dei motivi per cui la problematica della proprietà 
intellettuale ha un valore politico centrale rispetto al quale quasi tutto 
"viene dopo".
E' chiaro che personaggi (patetici, come no) nostalgici della lotta di 
classe come il sottoscritto, in un simile scenario continuano a guardare al 
lavoro "cognitivo" come a una declinazione della "forza lavoro" sia pure 
con caratteristiche nuove. Di qui una serie di ipotesi nuove sul conflitto 
capitale/lavoro.

In ogni caso, promuovere il software libero, per rispondere alla tua 
domanda, era una forma di negoziazione che sul lungo periodo, a mio 
giudizio, avrebbe dato risultati importanti. Cosa significava in concreto ? 
Significava promuovere una cultura che si muovesse in questo senso. 
Dall'idea che l'informatizzazione è un fatto "antropologico" si tentava di 
orientare il processo nella direzione da noi voluta. Una dimensione 
"critica" dove lo sviluppo delle idee avrebbe dovuto tenere conto delle 
spinte dal basso. Quindi alfabetizzazione Linux nelle scuole, nei centri 
sociali, nei centri di formazione professionale, nelle università.
Il mio ragionamento è chiaro: se negli ultimi quindici anni si fosse svolto 
un lavoro vero in questa direzione oggi la sinistra critica avrebbe avuto 
ben altra dignità.

Il punto è, cari amici, che nessuno si è mosso veramente in questa 
direzione. Da un certo punto in poi le analisi politiche di tutta l'area di 
movimento sull'informatica sono state guidate, stavolta si può dire a buon 
diritto, da cattivi maestri.

Con tutte le nostre aspirazioni all'autonomia, non riuscivamo a sfuggire 
all'influenza di argomenti e modelli teorici che hanno finito con lo 
scavare il solco al fiume del grillismo. Le analisi su rete e politica 
erano troppo affrettate, troppo "televisive", per essere credibili. Non 
solo trascuravano sistematicamente le questioni centrali sulla proprietà 
intellettuale ma pretendevano di avere la risposta già confezionata (e 
invariabilmente negativa) anche su problemi teorici seri e impegnativi, 
come per esempio la possibilità di ampliare la democrazia attraverso la rete.
Il guaio, cara Rossana, è che con queste persone e con questi contenuti si 
andava a mediare e a negoziare con le istituzioni. Che erano ben felici di 
avere simili interlocutori. Nei limiti in cui Rodotà può essere indicato 
come un fronte istituzionale, si può ben dire che in Formenti s'è del tutto 
rispecchiato: zero competenza tecnica, nessuna capacità progettuale e un 
orizzonte pessimistico e chiuso, per il più, alla dimensione dei rapporti 
tra rete e politica dei partiti.

Quel che ci aspetta è di vedere questi nostri disastrosi intellettuali 
spostarsi rapidamente sul terreno dei grillini, dimenticando da oggi o 
domani tutte le accuse di populismo che per anni gli hanno mosso. E quelli 
li accoglieranno, s'è già visto fin troppo bene con la candidatura di 
Rodotà.  Scommettiamo ?

L'orrore !!!

Rattus


















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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>rattus</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T18:30:15</dc:date>
  </item>
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    <title>Re: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39301</link>
    <description>&lt;pre&gt;è sciapo come un dolce senza zucchero...
----- Original Message ----- 
From: "rossana" &amp;lt;rossana&amp;lt; at &amp;gt;comodinoposta.org&amp;gt;
To: &amp;lt;neurogreen&amp;lt; at &amp;gt;liste.comodino.org&amp;gt;
Sent: Friday, May 17, 2013 5:34 PM
Subject: R: [neurogreen] L'ora della colletta



"E' chiaro che quando Letta nel suo discorso di insediamento dichiara
candidamente che il PD dovrebbe riconoscere la responsabilità di aver
trascurato la rete negli ultimi anni, a uno come me viene da sganasciarsi
dalle risate. E il dato paradossale non è tanto da ricercarsi nel fatto che
loro hanno trascurato la rete, quanto nel fatto che spesso siamo stati  noi
a invocare quella disattenzione e quella sufficienza che le istituzioni
erano ben liete di restituirci. Qui entra in gioco la psicologia dei
rapporti di potere, la difficoltà che si incontra quando si devono trovare
veri argomenti su cui negoziare."

Davvero pensi che il "dato paradossale" stia solo nel rapporto fra "loro" e
"noi"? Ma in cosa consiste quella "difficoltà che si incontra quando si
devono trovare veri argomenti su cui negoziare"?

Descrivi un effetto senza far intravedere una causa. Ciò che "eravamo" e
cosa volevamo era chiarissimo e alcuni di noi l'hanno sin troppo
diplomaticamente spiegato al PD (e ai tempi Rif. (Fiom o CGIL che sia)con
tutte le varie declinazioni nate dopo rapporti promiscui).
Ma quella era la rappresentanza di un potere arcaico, patriarcale, cosa si
poteva ricavare da una relazione simile? Manganellate, con Cofferati abbiamo
ricavato solo manganellate.

E che dire dell'esperienza precog, se non che il capitalismo italiano è
l'espressione di un padre vorace che divora i figli?
Figli che per sopravvivere si sono frammentati per varie ragioni, ma certo
una potente è quella della lotta per la conservazione della propria
"specie".

Scrivi "Quel che mi gela il sangue, non nego, è quando mi risponde ridendo:
"ma se sono quindici anni che lo fai....".

A me non fa gelare il sangue, vedo nella grillina un croccantino pronto per
essere mangiato. Ma che sapore ha un vivente al caramello senza memoria né
storia?



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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>Libero</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T15:38:49</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39300">
    <title>R: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39300</link>
    <description>&lt;pre&gt;
"E' chiaro che quando Letta nel suo discorso di insediamento dichiara
candidamente che il PD dovrebbe riconoscere la responsabilità di aver
trascurato la rete negli ultimi anni, a uno come me viene da sganasciarsi
dalle risate. E il dato paradossale non è tanto da ricercarsi nel fatto che
loro hanno trascurato la rete, quanto nel fatto che spesso siamo stati  noi
a invocare quella disattenzione e quella sufficienza che le istituzioni
erano ben liete di restituirci. Qui entra in gioco la psicologia dei
rapporti di potere, la difficoltà che si incontra quando si devono trovare
veri argomenti su cui negoziare."

Davvero pensi che il "dato paradossale" stia solo nel rapporto fra "loro" e
"noi"? Ma in cosa consiste quella "difficoltà che si incontra quando si
devono trovare veri argomenti su cui negoziare"?

Descrivi un effetto senza far intravedere una causa. Ciò che "eravamo" e
cosa volevamo era chiarissimo e alcuni di noi l'hanno sin troppo
diplomaticamente spiegato al PD (e ai tempi Rif. (Fiom o CGIL che sia)con
tutte le varie declinazioni nate dopo rapporti promiscui). 
Ma quella era la rappresentanza di un potere arcaico, patriarcale, cosa si
poteva ricavare da una relazione simile? Manganellate, con Cofferati abbiamo
ricavato solo manganellate. 

E che dire dell'esperienza precog, se non che il capitalismo italiano è
l'espressione di un padre vorace che divora i figli?
Figli che per sopravvivere si sono frammentati per varie ragioni, ma certo
una potente è quella della lotta per la conservazione della propria
"specie". 

Scrivi "Quel che mi gela il sangue, non nego, è quando mi risponde ridendo:
"ma se sono quindici anni che lo fai....".

A me non fa gelare il sangue, vedo nella grillina un croccantino pronto per
essere mangiato. Ma che sapore ha un vivente al caramello senza memoria né
storia?



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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>rossana</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T15:34:33</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39299">
    <title>2° sciopero nazionale della logistica: report e considerazioni da Milano</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39299</link>
    <description>&lt;pre&gt;Non mi convince solo il discorso su «un sindacato con radici e prospettive autenticamente classiste, complessivamente alternativo alle burocrazie confederali». Sarà che fin da ragazzino non ho mai fatto differenza tra lotta politica e lotta sindacale. Inoltre c'è la questione della rappresentanza: il suo rifiuto riguarda tutti, non soltanto i partiti o i sindacati concertativi.

e




----- Original Message ----- 
From: dinoerba&amp;lt; at &amp;gt;libero.it 







  2° sciopero nazionale della logistica:

  report e considerazioni da Milano







  L'inizio dello sciopero era prefissato per le 24

  Tutti i principiali committenti lo sapevano e in qualche modo si erano attrezzati per attutire il colpo ma, come spesso succede, sono proprio i padroni a dare linfa al lavoro sindacale; questa volta ci hanno pensato i caporali del consorzio UCSA, alla SDA di Carpiano che hanno pensato bene di sospendere un attivista del SI.Cobas proprio 5 ore prima dello stop prefissato.

  Risultato concreto: tutti e 200 i facchini in forza presso l'hub di Carpiano hanno incrociato le braccia anzitempo, bloccando contemporaneamente i camion che si apprestavano a uscire per andare in consegna prima che cominciasse lo sciopero

  Alle 24 scatta poi il blocco alla DHL, sempre di Carpiano, alla TNT di Peschiera e alla Zingali di Cerro, mentre gli attivisti dei vari Cobas della zona affluiscono ai picchetti per dar manforte

  La notte trascorre tranquilla con i principali hub paralizzati, in vista dell'appuntamento alla DHL di Settala (320 operai) dove convergeranno tutte le forze impegnate nello sciopero

  Qui il picchetto ha inizio alle 6, con il coinvolgimento di circa 200 persone che bloccano le merci per circa 6 ore. Solo a quel punto la direzione della DHl scende a patti, riconoscendo il diritto del SI.Cobas a svolgere assemblee sindacali all'interno dello stabilimento (finora vietate dalla DHL). 

  Il resto della giornata di sciopero ruota intorno alla vicenda dell'allontanamento del militante SI.Cobas alla SDA di Carpiano: nonostante l'SDA non volendo ulteriori problemi, decida il suo reintegro, la cooperativa (consorzio UCSA) si mette di traverso per impedirlo. 

  Il ping-pong dura per tutta la giornata, con gli operai pronti allo sciopero se non si fosse conclusa positivamente la vicenda. 

  Nessuno in realtà aveva dubbi sul fatto che Rachyd sarebbe rientrato e...così è stato; l'unità dei lavoratori ha vinto ancora!

  Lo sciopero del 15 maggio ha così confermato la forza acquisita dagli operai organizzati, che già il 22 marzo avevano fatto sentire la loro "potenza", e che non intendono mollare l'osso rispetto alla vertenza generale in corso per il rinnovo del CCNL.

  Allo stesso pone tutti di fronte all'esigenza di operare scelte tattiche e strategiche all'altezza della sfida posta dalla crisi capitalistica che avanza e si sviluppa costantemente 

  Se oggi i facchini possono esercitare un indubbio rapporto di forza contro il proprio avversario di classe diretto e se, altrettanto indubbiamente, hanno cominciato a farlo con determinazione, solo la scesa in campo dell'intero proletariato industriale e metropolitano, potrà cambiare i rapporti di forza più generali fra le classi e delineare un prospettiva altra da quella fornita dal capitalismo su scala internazionale

  D'altra parte, in questa prospettiva, la costruzione di un sindacato con radici e prospettive autenticamente classiste, complessivamente alternativo alle burocrazie confederali, resta uno dei nodi strategici, per quanto non risolutivi, della battaglia già iniziata.

  Gli operai immigrati delle cooperative nella logistica cominciano a crederci per davvero

  Le scelte che verranno operate nei prossimi giorni saranno perciò decisive

  SI.Cobas Milano



  Vedi anche:

  Da Livorno, Brigata Solidarietà Attiva: http://mobile.contropiano.org/archivio-news/archivio-news/in-breve/italia/item/16611-livorno-blitz-alla-cgil







&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>clochard</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T13:32:09</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39298">
    <title>Re: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39298</link>
    <description>&lt;pre&gt;

l'ho letto e ho deciso che rivoglio indietro i soldi ! Altro che colletta !!!


:-)))

Scherziapparte. Scrivo poco perché sono pieno di perplessità (oltre che di 
piccoli guai). Ma i tuffi nel passato a volte servono a riallineare le 
identità e a rimettere in fila tutte le varietà di "perché" che ci abitano
.
Una cosa mi sembra abbastanza certa: entità concettuali come quella di 
"precog" (la folle Pizia, l'oracolo della premonizione del movimento new 
global) avevano uno statuto certo. Prodotti dell'immaginazione creativa del 
movimento avevano realmente un talento divinatorio.

Quando mi capita di raccontare, con un po' di timidezza e  in tono minore, 
chi "eravamo" e cosa facevamo a cavallo tra gli anni '90 e quelli 00, quasi 
mi sorprendo a condividere la sorpesa degli interlocutori che ti chiedono 
«Ma davvero avevate radar così potenti ? Davvero guardavate così lontano?»

E quasi ti senti obbligato a smorzare i toni, a minimizzare, come ti 
vergognassi di aver partecipato di quella visione,  nemmeno si trattasse di 
una strana chimera. Recentemente una collega grillina ha "tanato" alcuni 
miei articoli usciti su Cyberzone sotto lo pseudonimo di Rattus Norvegicus. 
Così in qualche modo m'ha costretto a rileggerli. Sebbene vi siano alcune 
argomentazioni che oggi non tratterei nello stesso modo, mi pare che quella 
rivista fu una delle poche autentiche espressioni dello spirito cyberpunk 
che animava l'area rekombinant. Ci sono pagine memorabili di Antonio 
Caronia, di Bifo e di molti altri. Naturalmente la grillina s'è molto 
stupita di ritrovarsi perfettamente in molti di quei testi di dieci anni fa.

L'aspetto un po' inquietante di tutta la discussione viene fuori quando si 
tratta di spiegare perché le cose non sono andate come 
senz'altro  sarebbero potute andare. Così, può capitare che io dica alla 
grillina cose che non scriverei qui.
Nessuno alla sbarra, figuriamoci, ma un discorso generale sulle resistenze 
incontrate, sull'angolo ottuso della sinistra alternativa, sui certi vizi 
che sono specifici dell'ambiente e agiscono come una melassa che si insinua 
nei meccanismi più semplici e li paralizza. Pensa solo al fatto che 
dall'atto della fondazione di neurogreen sono rimasti attivi, in 
larghissima maggioranza, proprio quegli iscritti che non condividevano gran 
parte del "manifesto" di Foti.
Come si spiega un fatto del genere ? Non ha sfumature un po' assurde, a 
pensarci bene ?
Sorvoliamo...

E' chiaro che quando Letta nel suo discorso di insediamento dichiara 
candidamente che il PD dovrebbe riconoscere la responsabilità di aver 
trascurato la rete negli ultimi anni, a uno come me viene da sganasciarsi 
dalle risate.
E il dato paradossale non è tanto da ricercarsi nel fatto che loro hanno 
trascurato la rete, quanto nel fatto che spesso siamo stati  noi a invocare 
quella disattenzione e quella sufficienza che le istituzioni erano ben 
liete di restituirci.
Qui entra in gioco la psicologia dei rapporti di potere, la difficoltà che 
si incontra quando si devono trovare veri argomenti su cui negoziare.

Resterà negli annali la trasmissione dedicata ai libri gestita da Riotta 
quando dirigeva il TG1. Prima passano Riotta che intervista Bush, poi tocca 
a Carlo Formenti che presenta Cybersoviet. Riotta con tono bonario gli dice 
qualcosa tipo: "e insomma, Formenti, si sono dette un sacco di fesserie 
apologetiche sulla rete...". E il buon Formenti proprio non ce l'ha fatta a 
replicare che non era esattamente questo il contenuto del suo libro.

Basta soffermarsi, per fare un altro esempio, sul software libero. Qui a 
Roma abbiamo avuto alla provincia Zingaretti, che s'è valso di un assessore 
al lavoro comunista del calibro di Smeriglio. Ebbene: con tutte le cose 
buone che hanno fatto, e con tutte le buone intenzioni che pure avevano, 
non c'è stato un solo corso di formazione della provincia - (non dico 
"serio" ma almeno "credibile") - sul software libero.

Se però ci mettiamo a pensare a quante sciocchezze senza capo ne coda sono 
state dette contro "la cultura del software libero" anche nei nostri 
ambienti, si capisce da dove viene una delle interdizioni principali. 
Viene, che te lo dico a fare, dalle veteroteorie sulla "sussunzione totale" 
in base alle quali qualsiasi tentativo di giocare il capitale sui suoi 
contenuti è destinato a essere riassorbito e sfruttato. Secondo questa 
logica semplificatoria e banale, esattamente come la break dance nasce come 
fenomeno popolare per poi diventare un business, così l'informatica libera 
e Linux migrano rapidamente da Stallman ai laboratori della NATO. Quindi: 
ci teniamo la roba di Microsoft.
E' chiaro che si tratta di un ragionamento pigro, ottuso e del tutto 
inerziale, che dietro l'idea che l'unica forma di lotta possibile sia 
quella di piazza, nasconde il bisogno dei sacerdoti (e poi dei manovratori) 
di non essere disturbati.
(Così, tra i pochi compagni che avevano preso sul serio il software libero, 
alcuni sono finiti DAVVERO a scrivere articoli sul giornale di confindustria).

Ma forse l'esempio più eclatante di talento "procog" è stata l' articolata 
discussione su lavoro e non lavoro che ha accompagnato la mayday, la 
santificazione di Precario e così via.  Qui c'erano argomenti elementari su 
cui non s'è mai trovata una convergenza sufficiente. Io capisco fin troppo 
bene che sostenere bovinamente che l'automazione di processo e 
l'introduzione dei meccanismi a controllo numerico riducono il lavoro, 
suona agli orecchi degli economisti come una semplificazione che evoca 
spettri luddisti. Ma intanto questa tenaglia, che sta alla radice della 
disoccupazione di massa, non ha smesso di lavorare in tutti questi ultimi 
quindici anni.
Sicché non mi sono mai pentito di aver preso assai sul serio, forse 
vent'anni fa, un libro come "lavoro zero" di Bifo.

Ma sussurrare queste cose all'orecchio della grillina mi sembra, almeno per 
ora, la cosa migliore che mi riesce di fare.
Quel che mi gela il sangue, non nego, è quando mi risponde ridendo: "ma se 
sono quindici anni che lo fai....".

scusate il lungo ra(p)tus alla tastiera

abbracci
Rattus














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    <dc:creator>rattus</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T10:22:04</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39297">
    <title>Per un capitalismo sostenibile</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39297</link>
    <description>&lt;pre&gt;Articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini 
"Per salvare il capitalismo dal collasso vengono mobilitate risorse
pubbliche di una portata mai vista nella storia contemporanea".

Circa un mese fa è scoppiato un nuovo scandalo fiscale, Offshore leaks, che
coinvolge politici e uomini daffari di tutto il mondo. Si tratta di un
fenomeno assolutamente prevedibile, insito nella natura del capitalismo
finanziario che si è affermato dai primi anni 80. Per capire come si è
arrivati a questo punto è utile richiamare le grandi trasformazioni del
sistema capitalistico.
Nella prima fase che segna laffermazione del capitalismo industriale, il
profitto viene estratto dallo sfruttamento del lavoro. Il conflitto sociale
nasce dalla contrapposizione tra gli interessi capitalistici e quelli della
democrazia politica: da una parte i rendimenti del capitale, dallaltra i
redditi da lavoro sostenuti dal sindacato e promossi dallo sviluppo della
democrazia. La composizione tra queste due esigenze è affidata a politiche
dei redditi che si esprimono attraverso una distribuzione proporzionale
allaumento della produttività. La libertà nello scambio delle merci è
compensata da controlli di varia natura sul movimento dei capitali.
Linsieme di queste politiche sociali, commerciali e finanziarie permette di
promuovere una fase caratterizzata da crescita economica e maggiore
eguaglianza: letà delloro (1945-1973). Dopo il primo shock petrolifero, la
situazione muta radicalmente: si scatena una controffensiva capitalistica
segnata dalla liberazione del movimento dei capitali. Agli inizi degli anni
80 si verifica dunque una transizione dal capitalismo industriale al
capitalismo finanziario mentre il profitto è realizzato sempre più
attraverso la mobilità del capitale che assicura rendimenti più elevati. La
tassazione dei capitali da parte dello stato viene contrastata con un
progressivo occultamento dei redditi nei paradisi fiscali. Nel luglio 2012
uno studio di James Henry McKinsey, stimava il patrimonio nascosto dai
super-ricchi nei paradisi fiscali in oltre 32mila miliardi di dollari, una
cifra equivalente alla somma delle economie degli Stati Uniti e del
Giappone. In questa fase, il capitalismo realizza lobiettivo mancato dal
movimento operaio: una vera e propria internazionale capitalistica che
provoca enormi diseguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere
la domanda. Questa minaccia viene fronteggiata con un indebitamento
sistematico che dà luogo a una grande sbornia del credito: una vera e
propria inflazione finanziaria. Lindebitamento delle famiglie e delle
imprese che ne risulta viene sistematicamente rinnovato così da rendere il
nuovo capitalismo finanziario un sistema nel quale i debiti non si
rimborsano mai. Una scommessa chiaramente insostenibile eppure incentivata
dai governi e avallata dalle agenzie di rating contro ogni logica. Ma le
onde del debito che si accavallano luna sullaltra, prima o poi si
infrangono sulla riva. È il momento della crisi. Limmensa liquidità creata
dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La
liquidità sparisce. Le banche cessano dal farsi credito tra di loro. Ma i
debiti restano e devono essere pagati.
Per salvare il capitalismo dal collasso vengono mobilitate risorse pubbliche
di una portata mai vista nella storia contemporanea. A differenza degli anni
Trenta, quando vi furono massicci interventi statali nelleconomia reale
(protezionismo, nuove regole, nazionalizzazioni), la crisi attuale è stata
fronteggiata attraverso la sostituzione del debito privato con quello
pubblico e con lespansione della moneta da parte delle banche centrali.
Lintervento dello Stato ha privilegiato il salvataggio delle banche mentre
è stato molto debole sul lato della crescita. E così che i governi sono
puniti per i loro disavanzi dalle agenzie di rating e riducono le spese
sociali addossando i costi della crisi ai ceti più deboli.
In conclusione: gli interventi finora attuati sono stati insufficienti e
dannosi. Oggi sarebbe quanto mai necessario un nuovo compromesso storico tra
il capitalismo e la democrazia, del tipo di quello che contraddistinse, alla
fine della Seconda guerra mondiale, letà delloro. Abbandonare il
capitalismo finanziario sregolato per tornare a un capitalismo governato.
Costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali in cui il dollaro non
sia più la moneta dominante. Contenere i movimenti di capitale di brevissimo
termine con misure fiscali del tipo Tobin tax e dichiarare una vera guerra
ai paradisi fiscali. Ridurre i divari nella distribuzione della ricchezza
non solo perché diseguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili
ma perché costituiscono un freno allo sviluppo delleconomia.
Uno sviluppo economico sostenibile si deve fondare su investimenti, crescita
della produttività e dei salari reali. Per questo la politica dei redditi
deve ritornare al centro della politica economica.



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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>rossana</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-17T06:39:00</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39295">
    <title>Re: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39295</link>
    <description>&lt;pre&gt;Il 16.05.2013 07:20 rattus ha scritto:

E lo so che l'avevi letto, il manifesto neurogreen, ricordo anche che 
ne parlammo, all'epoca, ed io ero più diffidente di te su alcuni punti. 
Poi finii per iscrivermi alla lista, perché in fin dei conti mi 
piacevano i contenuti, le cose di cui si discuteva e le iniziative che 
si proponevano, molto più del manifesto. Sai quante volte ho 
fantasticato di aggiornarlo, correggerlo, emendarlo, certo non io da 
solo, che non saprei neanche da che parte cominciare, ma poi non ho mai 
colto l'occasione per lanciare la proposta, o meglio, l'invito ad 
avanzare proposte.
E ci sono state occasioni senz'altro migliori di questa, o almeno così 
mi pare, che in questi giorni sia praticamente un mortorio.
Ma insomma, l'hai letta, e...?

Baci
Ema

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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>Emanuele</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-16T18:57:55</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39294">
    <title>Reddito, adesso</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39294</link>
    <description>&lt;pre&gt;Cr*,

Reddito, adesso
di opossum3e

 

Riportiamo qui sotto un articolo 
pubblicato nel numero di maggio di “Le Monde Diplomatique”, che, giustamente, 
ha prodotto un dossier sul reddito di base. Nel momento in cui la crisi si 
approfondisce e, a sei anni dall’inizio del crack finanziario mondiale, investe 
l’Europa, il Maghreb, il Medio Oriente, è sempre più urgente mettere all’ordine 
del giorno della pubblica agenda la questione del reddito, unica misura di 
politica economica in grado di rovesciare gli effetti di crisi che il capitale-
denaro ha prodotto al suo interno, con la speculazione.

Un reddito garantito, 
universale, incondizionato, muterebbe in breve tempo il ricatto del debito e l’
intero processo di accumulazione di ricchezza privata che alimenta il circuito 
perverso del capitale finanziario sarebbe via via sostituìto da una 
molteplicità di investimenti – che non avrebbero più gli Stati nazionali come 
garanti di ultima istanza presso l’Europa, banchiera dell’austerità.

Da anni 
ormai, movimenti, associazioni, precari e lavoratori poveri, licenziati, 
flessibilizzati, ma anche economisti non asserviti ai diktat di un liberismo 
sempre più sfasciato e predatorio, propongano e rivendicano un diverso modello 
di sviluppo, basato sull’autorganizzazione delle comunità, delle città, delle 
regioni e su istituzioni del comune che si lascino dietro sia la fascinazione 
novecentesca della sfera pubblica sia le brutali imposizioni del privato sulla 
vita.

Ma a questa ipotesi umana e politica di nuova collettività, non 
vincolata al regime proprietario, il capitalismo risponde con la sistematica 
rapina di risorse sociale e di intelletto generale, cioè delle specifiche 
facoltà umane, desertificando, inquinando, rendendo vano quello stesso lavoro 
che i sistemi di welfare nello scorso secolo avevano messo al centro del 
progetto di società giuste.

Oggi questo orizzonte, compresa la sua difesa da 
parte di partiti corrotti e da sindacati che hanno avuto il comando sul lavoro, 
si dissolve provocando macerie. Al suo posto vige il ricatto continuo di un 
salario miserabile, per chi ancora può usufruirne, e l’insopportabile e 
geralizzata condizione di insolvenza che riduce persino le ipotesi più radicali 
di giustizia sociale a strumento di accumulazione di rendita.

Un redidito 
incondizionato, sganciato dalla prestazione lavorativa, come da qualsiasi 
valutazione “morale” sull’operosità dei cittadini si impone oggi con tutta la 
forza con cui la crisi si abbatte sulle esistenze di chi non può sopportare che 
la vita degna si sia trasformata in sopravvivenza indegna, che la politica dei 
governi di larghe intese, o di grande coalizione coltiva, come alternativa al 
lavoro inesistente e alla distruzione dello stato sociale.

Un reddito 
incondizionato toglierebbe milioni di giovani e non dal ricatto del lavoro e 
dalla greppia in cui i sindacati, tranne che in alcuni settori “del mondo del 
lavoro” hanno costretto l’intera forma lavorativa della subordinazione. Non a 
caso in Italia solo il sindacato rappresentativo degli operai meccanici ha 
deciso di proporre il reddito garantito quale misura universale di protezione 
sociale dell’insieme delle attuali generazioni. Per il resto, invece di 
garantire la precarietà (soprattutto giovanile, soprattutto tecnico-
intellettuale) si attuano riforme del mercato del lavoro che approfondiscono la 
povertà rendendola strutturale, costante, esistenziale.

In questo scenario 
catastrofico, laddove registriamo il fallimento del capitalismo e l’insorgenza 
di una voglia di comune che rompa finalmente la serie infinita di compatibilità 
che arricchisce l’1% della popolazione mondiale, devastando il pianeta che 
appartiene al 99%, dobbiamo anche registrare la crisi complessiva delle 
soggettività politiche che si sono configurate agli inizi degli anni 2000 con i 
movimenti altermondialisti.

Ciò è accaduto per diverse ragioni, sintetizzabili 
nel mutamento di orizzonte della globalizzazione neoliberale, che fino ad un 
certo momento ha disposto lo scenario dell’ arricchimento generalizzato, cui 
sarebbero state destinate le future generazioni; mentre oggi, nell’
indistinzione di ragioni dello Stato, del capitale e della politica, presenta 
la faccia devastata e devastante dell’appropriazione di ricchezza sociale, in 
tutte le forme in cui si produce, nell’accesso ai saperi, nella subordinazione 
femminile, nella valorizzazione dell’intelletto, nell’immiserimento di 
qualsiasi funzione e mansione lavorativa.

Per questo è necessaria una 
importante impresa teorica, cioè ricostruire una teoria critica in cui siano 
messe a tema le questioni dell’autonomia dei soggetti, nel ripensamento 
radicale delle pratiche, ma soprattutto nella ricostituzione di un orizzonte in 
cui i conflitti che in questi anni, nei territori, nelle Università, per l’
ambiente e contro qualsiasi forma di precarietà, non vengano dispersi.

Per far 
ciò una vasta impresa teorica dev’essere intrapresa, impresa che deve avere 
luoghi e tempi non sollecitati in prima istanza dalle scadenze di un’attivismo 
che riduce il respiro del pensiero a prassi autoreferenziale – producendo d’
altra parte il contrario della soggettivazione.

Cominciare riaprendo un 
dibattito pubblico sul reddito può essere utile per produrre teoria senza 
perdere un patrimonio ormai cospicuo di analisi e riflessioni che hanno 
caratterizzato la vicenda dei conflitti sociali in questi anni.

 

Per questo 
il Laboratorio Filosofico SofiaRoney.org è aperto a qualsiasi contributo alla 
discussione sul tema, per costruire un’ontologia del presente senza cui alcun 
futuro è possibile.







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    <dc:creator>claudio.tullii&lt; at &gt;alice.it</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-16T18:56:14</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39293">
    <title>Reddito universale incondizionato</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39293</link>
    <description>&lt;pre&gt;Cr*,


Immaginare un reddito garantito per tutti
di Mona Chollet

da “Le Monde 
Diplomatique”, maggio 2013



Si lavora e, in cambio, si ricevono soldi. Questa 
logica è così ben impressa nella mente, che la prospetti- va di garantire un 
reddito di base incondizionato, cioè di versare a ciascuno una somma mensile 
sufficiente a permettergli di vivere, indipendentemente dall’attività lavorati- 
va, sembra un’aberrazione. Siamo ancora convinti di dover strappare a una 
natura arida e ingrata i mezzi per la sussistenza individuale; ma la realtà è 
ben diversa.

Borse di studio, congedi parentali, pensioni, assegni famigliari, 
indennità di disoccupazione, minimi sociali e il regime francese dei lavoratori 
dello spettacolo con contratto a termine, sono tutte prestazioni che hanno in 
comune la caratteristica di separare il reddito dal lavoro. Per quanto 
insufficienti e criticabili possano essere, tutti questi dispositivi dimostrano 
che il reddito garantito è un’utopia «già realizzata». In Germania, solo il 41% 
del reddito della popolazione proviene direttamente dal salario, ci dicono 
Daniel Häni e Enno Schmidt nel loro film Le Revenu de base (Reddito di 
cittadinanza minimo) (2008) (1). In Francia, nel 2005, il reddito dipendeva al 
30% dalla redistribuzione (assegni vari): «Malgrado i discorsi ideologici, 
malgrado la liquidazio- ne dello stato assistenziale denigrato dai 
neoliberisti, la quota-parte dei prelievi obbligatori è aumentata 
inesorabilmente con la presidenza di Mitterrand, Chirac e Sarkozy (2).» E non 
sarebbe troppo difficile avanzare ancora un po’ per fare in modo che tutti 
siano al riparo dal bisogno

Per cominciare, si risparmierebbero le somme 
destinate a perseguire l’obiettivo ufficiale del pieno impiego, dato che la 
prima conseguenza del reddito di base sarebbe quella di eliminare la 
disoccupazione in quanto problema – sia come questione sociale che come fonte 
di angoscia individuale. Più niente giustificherebbe gli incentivi elargiti 
alle imprese per incitarle ad assumere. Ricordiamo che le politiche di 
esenzione o di riduzione dei contributi sociali destinate a questo scopo sono 
passate da 1,9 miliardi di euro nel 1992 a 30,7 miliardi nel 2008 (3). O 
ancora, che nel 1989 il gruppo sudcoreano Daewoo ha ricevuto 35 milioni di euro 
per costruire in Lorena tre fabbriche, che ha poi chiuso nel 2002, lasciando 
mille persone sul lastrico... D’altra parte, essendo il reddito garantito 
universale e incondizionato – viene versato a tutti, poveri e ricchi, ma questi 
ultimi lo rimborsano attraverso le tasse –, si realizzerebbe un’ulteriore 
economia con la soppressione di tutto il lavoro amministrativo legato al 
controllo dei beneficiari dell’aiuto sociale, controllo del resto discutibile 
per il suo carattere umiliante, intrusivo e moralistico (4).

Ma precisiamo 
bene di cosa esattamente si sta parlando. Una misura raccomandata, negli anni 
‘60, da economisti tanto diversi quali James Tobin – promotore anche del 
progetto di tassazione delle transazioni finanziare – e il liberista Milton 
Friedman può in effetti suscitare perplessità. Una distanza notevole che ancor 
oggi sussiste: in Francia, il reddito garantito promosso da Christine Boutin 
(Partito cristiano-democratico) non è lo stesso di quello difeso da Yves Cochet 
(ecologista) o dal Movimento Utopia, trasversale ai Verdi e al Partito di 
sinistra.

Troppo basso perché si possa fare a meno di un lavoro, il reddito di 
base dei liberisti funziona come una sovvenzione alle imprese e si inserisce in 
una logica di smantellamento della previdenza sociale: è la prospettiva dell’
imposta negativa di Friedman (nelle sue versioni di sinistra, al contrario, il 
reddito deve essere sufficiente a permettere di vivere – anche se la 
definizione di questo «sufficiente» pone, come prevedibile, questioni spinose. 
E non è concepibile senza una difesa congiunta dei servizi pubblici e delle 
garanzie sociali (pensioni, indennità di disoccupazione o assistenza 
sanitaria), così come di alcuni aiuti sociali. C’è accordo anche su alcune 
altre caratteristiche: dovrebbe essere versato mensilmente a ogni individuo, 
dalla nascita alla morte (i minori percepirebbero un importo inferiore agli 
adulti), e non a ogni nucleo familiare; non sarebbe imposta alcuna condizione 
né contropartita; e sarebbe cumulabile con i redditi da lavoro.

Così, ognuno 
potrebbe scegliere cosa vuol fare della propria vita: continuare a lavorare o 
godersi il tempo libero accettando un livello di vita più modesto, oppure 
alternare le due cose. I periodi senza lavoro non sarebbero più visti con 
sospetto, in quanto il lavoro remunerato cesserebbe di essere la sola forma di 
attività riconosciuta. Chi scegliesse di vivere del reddito garantito potrebbe 
dedicarsi pienamente a ciò che l’appassiona e/o gli sembri socialmente utile, 
da solo o insieme ad altri.

Il progetto infatti scommette sulle possibilità di 
libera associazione che promuoverebbe. Nel 2004, due ricercatori dell’
università di Lovanio avevano tentato di prevedere gli effetti prodotti dal 
reddito di base osservando i vincitori del gioco Win for life, equivalente 
belga di quello che in Francia si chiama Tac o “Tac Tv gagnant à vie” (e in 
Italia “Vinci per la vita”), che offre un reddito mensile. Ma il saggista 
Baptiste Mylondo sottolinea una differenza sostanziale tra le due situazioni 
che obbliga a relativizzarne le conclusioni: «Mentre il beneficiario del 
reddito incondizionato è circondato da altri beneficiati, il vincitore del 
Lotto è totalmente isolato. Ma il valore del tempo libero cresce con il numero 
di persone con le quali è possibile condividerlo (5).» Per moltissime persone, 
il reddito garantito costituirebbe quindi una sostanziale modifica del loro 
rapporto con il lavoro, il tempo, i consumi nonché del loro rapporto con gli 
altri – e coinvolgerebbe, per contagio, anche chi scegliesse il lavoro 
salariato. Ma è anche certo che imporrebbe la creazione di nuove forme di 
socializzazione, senza le quali potrebbe invece favorire un certo arretramento, 
in particolare tra le donne che rischierebbero di essere relegate in casa.

L’
idea di un reddito di base progressista nasce nel dopoguerra negli Stati uniti. 
Promotore, nel 1968, di un appello in tal senso insieme a Paul Samuelson, John 
Kenneth Galbraith e milleduecento altri economisti, Tobin fece introdurre il 
suo progetto di demogrant nel programma di George McGovern, di cui era 
consigliere, nella campagna per le elezioni presidenziali del 1972. Con la 
sconfitta del candidato democratico rispetto a Richard Nixon, il progetto fu 
abbandonato.

È tornato in auge in Europa, inizialmente nei Paesi bassi degli 
anni ’80 (6). In Belgio, un gruppo di ricercatori e sindacalisti crea nel 1984, 
attorno all’economista e filosofo Philippe Van Parijs, il Collettivo Charles 
Fourier. Un seminario organizzato nel 1986 all’università cattolica di Lovanio 
dà vita alla Rete europea per il reddito di base (Basic Income European 
Network, Bien), che nel 2004 si amplia a livello mondiale (Basic Income Earth 
Network). Uno dei fondatori, Guy Standing, economista dell’Organizzazione 
internazionale del lavoro (Ilo), partecipa all’esperienza di reddito garantito 
lanciata all’inizio del 2012 in India

In Germania, il dibattito è stato 
rilanciato in questi ultimi anni dalla campagna condotta da Susanne Wiest. Dopo 
aver vissuto dodici anni in una roulotte, sia per desiderio di libertà che per 
risparmiare sull’affitto, Wiest, residente nel nord del paese, lavora come 
maestra d’asilo faticando ad arrivare a fine mese. Una riforma fiscale che 
inseriva gli assegni famigliari nel reddito imponi- bile finisce di 
esasperarla. L’incontro con Häni e Schmidt, fondatori nella Svizzera tedesca 
della rete Initiative Grundeinkommen («Iniziativa per il reddito di base»), la 
converte alle loro posizioni. Lancia allora una petizione pubblica che ha 
grande successo e por- ta, nel 2010, a un dibattito al Bundestag, garantendo 
nel frattempo un’ampia diffusione al film di Häni e Schmidt Le Revenu de base.


In Francia, la rivendicazione di un reddito garantito, si è bloccata al momento 
della fronda riproposta dagli studenti contro il progetto di contratto d’
inserzione professionale (Cip) del governo di Edou- ard Balladur nel 1994, con 
la creazione, a Parigi, del Collettivo d’agitazione per un reddito garantito 
ottimale (Cargo), ben presto integrato in Agire insieme contro la 
disoccupazione (AC!). La proposta ricompare durante il movimento dei 
disoccupati dell’inverno 1997-1998. Nello stesso periodo, il filosofo 
ecologista André Gorz si interessa all’idea (7), che trova eco anche all’
interno del movi- mento altermondialista allora in via di costituzione (8). Tra 
i suoi sostenitori c’è anche Alain Caillé, fondatore del Mouvement anti- 
utilitariste dans les sciences sociales (Mauss).





(1) http://ildocumento.it/attualita-e-politica/reddito-di-cittadinanza-minimo.html

(2) Yann Moulier-Boutang, L’Abeille et l’Economiste, Carnets Nord, Pa- rigi, 
2010.

(3) Progetto di legge di finanziamento della Previdenza sociale 2013, 
al-


(4) Polo impiego continuerebbe forse a esistere, in quanto ci sarebbe 
sempre un mer- cato del lavoro, ma cambierebbe radicalmente missione.

(5) 
Baptiste Mylondo, Un revenu pour tous. Précis d’utopie réaliste, Utopia, 
Parigi, 2010.

(6) Cfr. Yannick Vanderborght e Philippe Van Parijs, L’
Allocation universelle, La Découverte, coll. «Repères», Parigi, 2005.

(7) 
André Gorz, Miseria del presente, ricchezza del possibile, manifestolibri, 
1998.

(8) Leggere Jean-Paul Maréchal, «Revenu minimum ou “deuxième chèque»?» 
Le Monde diplomatique, e Ignacio Ramonet, «L’Aurora», Le Monde diplomatique/ il 
manifesto, rispettivamente marzo 1993 e gennaio 2000. Ma anche Yoland Bresson, 
«Instaurer un revenu d’existence contre l’exclusion», Le Monde diplo- matique, 
febbraio 1994. Promotore nel 1989 dell’Association per l’instauration d’un 
revenu d’existence (Aire), cofondatore di Bien, Bresson è criticato in quanto 
propone un importo modesto che lo pone tra i sostenitori di un reddito 
garantito «di destra».


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    <title>Re: L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39292</link>
    <description>&lt;pre&gt;


Grazie, Ema

Stavo surfando nel net alla velocità del bradipo quando ho trovato questo...
Devo dire che, stante la mia cronica distrazione non l'avevo mai letta con 
sufficiente attenzione.
Ma certamente l'avevo letta.

rattus





Manifesto Neurogreen

Nell'anniversario di NY911, in pieno terrorismo di guerra, Precog,
Quintostato, Rekombinant, ovvero la santa allenza di chainworkers,
networkers, brainworkers, da vita alla mailing list Neurogreen.

Cognitari insorgenti, ciclisti d'assalto, italyani e negriani di
seconda generazione, ... militanti e lesbiche radicali, amanti della
clorofilla, cultori della buona vita, re....ngegneri della realtà,
p2peekers della rete, libertari delle sostanze psicotrope,
termodinamisti convinti, economisti a piedi scalzi, atei e panteisti
tolleranti con i monoteisti, neuropei di ogni gender e taglia siete
caldamente invitate/i a iscrivervi a neurogreen.

http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/neurogreen


INTRO CATASTROFISTA

La fine del mondo non è un evento. E un processo. Che è in corso.

Neurogreen nasce dalla convinzione che distruzione della biosfera,
devastazione socioeconomica, guerra civile globale siano le tre facce
di una crisi epocale della società globale e dei suoi dispositivi di
valorizzazione economica, sovranità politica e legittimazione
democratica.

Malgrado 5 anni di movimento globale e 3 anni di movimento italyana,
non è ancora emersa un'identità culturale e politica che sappia andare
oltre il richiamo e i simboli delle generazioni eretiche del passato.
Se il comunismo ereditato dalla guerra fredda è eurolatino,
l'ambientalismo è pienamente globale e, come il socialismo, accoglie
moderati come rivoluzionari nelle loro diversità. Neurogreen significa
essere euro e non/euro, ecopoietici e neuromantici allo stesso tempo.

Consci di vivere nel cataclismatico XXI secolo, i neurogreen vogliono
dare vita a un'identità ecoattivista egualitaria/precaria e
digitale/libertaria, che si nutra delle esperienze del movimento di
Seattle-Genova-Mumbai e si appropri dei progressi nelle neuroscienze
della cognizione, nelle tecnologie della comunicazione, nelle scienze
sociali del postindustrialismo, nelle scienze naturali dell'ecologia
contemporanea, per potere agire risolutamente ed efficacemente contro
la guerra globale e arrestare la distruzione dell'ambiente dei nostri
figli e nipoti.

Nell'inquietante era della clonazione genetica e della terapia
genomica, neurogreen vuole essere la cellula staminale del cambiamento
politico e sociale in italya e in europa. Una cellula staminale non è
onnipotente ma totipotente: saranno il dibattito e le attività dei
neurogreens in rete e nella metropoli a determinare se sapremo essere
tessuto connettivo, cardiaco e/o nervoso per il movimento pacifista che
si batte per la giustizia globale e la salvezza ambientale.

ANTROPOCENE: QUANDO IL FUTURO E' FOSSILE

Mercati e consumi senza limiti hanno scatenato la crisi globale della
società e dellambiente: disuguaglianza economica e riscaldamento
globale si alimentano a vicenda. Secondo zoologi, geologi, climatologi
e oceanografi siamo ormai entrati nell'Antropocene, l'era geologica del
pianeta determinata dalle attività umane che rendono il clima instabile
bruciando idrocarburi, e minacciano la sopravvivenza di tutte le speci,
inclusa quella umana.

Neurogreen si pone all'intersezione fra ecologia dello spazio mentale e
le pratiche di ecoattivismo nella metropoli. In neurogreen trovano
campo libero le tesi, informazioni, concettualizzazioni per l'identità
e gli obiettivi di un nuovo ambientalismo sociale.

Neurogreen è un playground non recintato aperto alla discussione e
progettazione di ogni forma di azione diretta volta a modificare, nella
direzione opposta a quella desiderata dal capitale liberista,
l'ambiente urbano sia dal punto di vista semiotico-percettivo che
biotico-atmosferico.

Neurogreen difende l'aria e l'acqua di tutti, gli habitat e gli
ecosistemi di tutti, le strade e le piazze di tutti, l'etere e la rete
di tutti. Neurogreen innova linguaggi e culture, si appropria delle
scienze e delle tecnologie, si batte per i global commons, riprende
critical mass/reclaim the streets, attiva i codici di la pub
tue/subvertising, pratica il guerrilla gardening/reclaim your green,
studia e costruisce impianti eolici/solari e media orizzontali/liberi,
inventa/ricicla pratiche di azione diretta che sorgono nelle metropoli
del Sud e del Nord del mondo.

LO SPAZIO NEUROMEDIATICO

La rete è il messaggio, attivista è il messaggero. Linguaggio è la
pluralità di idiomi e gerghi dai cinque continenti e dai sette mari.
Corpo è la fusione di sensi/gusti e identità sessuali/etniche.
Neurogreen vuole fondere linguaggio futuribile, identità cosmopolita
europea (quindi neuropea), ecologia del corpo sociale e liberazione
della mente collettiva in un progetto di rivolta ed emancipazione.

Alla scarsità assoluta dell'ambiente naturale, corrisponde l'infinita
abbondanza, riproduzione e condivisione di informazione e conoscenza.
La conoscenza progredisce se resta libera e aperta al lavoro mentale di
tutte e di tutti. Nell'economia globale e informazionale fondata sul
lavoro immateriale, le menti di networkers e networked vengono
asservite allélite globale: emancipazione è allora scambio e
condivisione di saperi e conflitti. I neurogreens vogliono sabotare il
dominio dei pochi sui molti e la comunicazione dai pochi ai molti.

LO SPAZIO GEOPOLITICO

Le persone hanno lo stesso diritto di circolare liberamente sul pianeta
che hanno oggi informazione, tecnologia e denaro. Transnazionalismo è
la forma politica dellattivismo globale nel XXI secolo: tutte le
frontiere sono nostre nemiche.

La guerra fra fondamentalismo sunnita e fondamentalismo liberista
prende lumanità in ostaggio. Cosmodemocrazia è lo spazio politico
globale che si oppone a entrambi, e neurogreen è la strategia politica
che permette di sconfiggere entrambi in alleanza con i movimenti
latinoamericani e angloamericani.

L'Europa è una gerontocrazia in bilico fra l'atlantismo della New
Europe e il sovranismo della Old Europe. Eurosclerosi è la sua
condizione, tecnocrazia la sua vocazione. Neuropa è allora il
continente della moltitudine che lotta e coopera contro il liberismo
degli eurocrati e l'autoritarismo degli stati-nazione.

Il cognitariato neuropeo confligge contro le élite proprietarie e
predigitali formatesi nella guerra fredda e alleate dei progetti
imperiali americani. La generazione del dopo 1989 deve riuscire a
occupare l'Europa e farne il continente della democrazia globale. I
neurogreen propongono al movimento europeo di issare una nuova
bandiera: nera come l'anarchia, con il cerchio di dodici stelle come
l'europa, verde acido come l'ecologismo metropolitano da dispiegare.


Neurogreen si batte per un Europa cosmodemocratica, antiliberista e
antigerontocratica. Riprendiamoci Strasburgo e Bruxelles!

INVITO FINALE

Cognitari insorgenti, ciclisti d'assalto, italyani e negriani di
seconda generazione, ... militanti e lesbiche radicali, amanti della
clorofilla, cultori della buona vita, re....ngegneri della realtà,
p2peekers della rete, libertari delle sostanze psicotrope,
termodinamisti convinti, economisti a piedi scalzi, atei e panteisti
tolleranti con i monoteisti, neuropei di ogni gender e taglia sono
caldamente invitate/i a postare su neurogreen.

Per partecipare a neurogreen, non bisogna essere dei verdi né pensare
di votare verde o votare affatto. La lista è non moderata, pubblica e
aperta all'iscrizione. Per quanto riguarda il rapporto fra san precario
e neurogreen, san precario (e precog che dispone la sua volontà)
esprime la conflittualità biosindacale, neurogreen esprime la
produttività biopolitica.

Non vogliamo più lasciare il monopolio della rappresentazione del
movimento e delle sue idee politiche ai mille rivoli del comunismo
italyano e del socialismo neuropeo. Non vogliamo un ritorno al passato.
Vogliamo un futuro possibile in cui dominio e controllo pervasivi,
distopia e sofferenza generalizzate non siano più le funeste ombre che
incombono sulle nostre vite.

Siamo da neuro?

--
&amp;lt;.,.&amp;gt; Il corpo del povero cadrebbe subito in pezzi
[`-'] se non fosse legato ben stretto dal filo dei sogni
-"-"- http://www.speedoflife.org




[][][][]][
NEUROGREEN - neurogreen&amp;lt; at &amp;gt;liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen


&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>rattus</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-16T07:20:30</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39291">
    <title>Benjamin e il capitalismo</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39291</link>
    <description>&lt;pre&gt;Madrid, 9 maggio: azioni dirette in decine di filiali di Bankia, il più
grande istituto di credito spagnolo. #Toque a Bankia rinnova le forme della
protesta e pretende una finanza diversa subito. [CRONACA DELLA GIORNATA]
http://comune-info.net/2013/05/la-banca-della-creativita/


Benjamin e il capitalismo di Giorgio Agamben 
(so che Agamben è criticato da Caosmosi, ma si può leggere cogliendo un
punto di vista importante)

Il capitalismo, ci ha spiegato Walter Benjamin, è soltanto un fenomeno
religioso. In cosa crede? Nel denaro. Chi sono oggi i suoi sacerdoti? Sono
le banche che amministrano in modo dogmatico un solo sacramento: il
credito-debito

1. Vi sono segni dei tempi (Mt.16, 2-4) che, pur evidenti, gli uomini, che
scrutano i segni nei cieli, non riescono a percepire. Essi si cristallizzano
in eventi che annunciano e definiscono lepoca che viene, eventi che possono
passare inosservati e non alterare in nulla o quasi la realtà a cui si
aggiungono e che, tuttavia, proprio per questo valgono come segni, come
indici storici, semeia ton kairon. Uno di questi eventi ebbe luogo il 15
agosto del 1971, quando il governo americano, sotto la presidenza di Richard
Nixon, dichiarò che la convertibilità del dollaro in oro era sospesa. Benché
questa dichiarazione segnasse di fatto la fine di un sistema che aveva
vincolato a lungo il valore della moneta a una base aurea, la notizia,
giunta nel pieno delle vacanze estive, suscitò meno discussioni di quanto
fosse legittimo aspettarsi. Eppure, a partire da quel momento, liscrizione
che tuttora si legge su molte banconote (per esempio sulla sterlina e sulla
rupia, ma non sulleuro): Prometto di pagare al portatore la somma di 
controfirmata dal governatore della banca centrale, aveva definitivamente
perduto il suo senso. Questa frase significava ora che, in cambio di quel
biglietto, la banca centrale avrebbe fornito a chi ne avesse fatto richiesta
(ammesso che qualcuno fosse stato così sciocco da richiederlo) non una certa
quantità di oro (per il dollaro, un trentacinquesimo di unoncia), ma un
biglietto esattamente uguale. Il denaro si era svuotato di ogni valore che
non fosse puramente autoreferenziale. Tanto più stupefacente la facilità con
cui il gesto del sovrano americano, che equivaleva ad annullare il
patrimonio aureo dei possessori di denaro, fu accettato. E, se, come è stato
suggerito, lesercizio della sovranità monetaria da parte di uno Stato
consiste nella sua capacità di indurre gli attori del mercato a impiegare i
suoi debiti come moneta, ora anche quel debito aveva perduto ogni
consistenza reale, era divenuto puramente cartaceo.

Il processo di smaterializzazione della moneta era cominciato molti secoli
prima, quando le esigenze del mercato indussero ad affiancare alla moneta
metallica, necessariamente scarsa e ingombrante, lettere di cambio,
banconote, juros, goldschmiths notes, eccetera. Tutte queste monete
cartacee sono in realtà titoli di credito e vengono dette, per questo,
monete fiduciarie. La moneta metallica, invece, valeva  o avrebbe dovuto
valere  per il suo contenuto di metallo pregiato (peraltro, comè noto,
insicuro: il caso limite è quelle delle monete dargento coniate da Federico
II, che appena usate lasciavano scorgere il rosso del rame). Tuttavia
Schumpeter (che viveva, è vero, in unepoca in cui la moneta cartacea aveva
ormai sopraffatto la moneta metallica) ha potuto affermare non senza ragione
che, in ultima analisi, tutto il denaro è solo credito. Dopo il 15 agosto
1971, si dovrebbe aggiungere che il denaro è un credito che si fonda
soltanto su se stesso e che non corrisponde altro che a se stesso.

2. Il capitalismo come religione è il titolo di uno dei più penetranti
frammenti postumi di Benjamin

Che il socialismo fosse qualcosa come una religione, è stato notato più
volte (tra laltro, da Schmitt: Il socialismo pretende di dar vita a una
nuova religione che per gli uomini del XIX e XX secolo ebbe lo stesso
significato del cristianesimo per gli uomini di due millenni fa). Secondo
Benjamin, il capitalismo non rappresenta soltanto, come in Weber, una
secolarizzazione della fede protestante, ma è esso stesso essenzialmente un
fenomeno religioso, che si sviluppa in modo parassitario a partire dal
Cristianesimo. Come tale, come religione della modernità, esso è definito da
tre caratteri: 1. è una religione cultuale, forse la più estrema e assoluta
che sia mai esistita. Tutto in essa ha significato solo in riferimento al
compimento di un culto, non rispetto a un dogma o a unidea. 2. Questo culto
è permanente, è la celebrazione di un culto sans trève et sans merci. Non
è possibile, qui, distinguere tra giorni di festa e giorni lavorativi, ma vi
è un unico, ininterrotto giorno di festa-lavoro, in cui il lavoro coincide
con la celebrazione del culto. 3. Il culto capitalista non è diretto alla
redenzione o allespiazione di una colpa, ma alla colpa stessa. Il
capitalismo è forse lunico caso di un culto non espiante, ma
colpevolizzante Una mostruosa coscienza colpevole che non conosce
redenzione si trasforma in culto, non per espiare in questo la sua colpa, ma
per renderla universale e per catturare alla fine Dio stesso nella colpa
Dio non è morto, ma è stato incorporato nel destino delluomo.

Proprio perché tende con tutte le sue forze non alla redenzione, ma alla
colpa, non alla speranza, ma alla disperazione, il capitalismo come
religione non mira alla trasformazione del mondo, ma alla sua distruzione. E
il suo dominio è nel nostro tempo così totale, che anche i tre grandi
profeti della modernità (Nietzsche, Marx e Freud) cospirano, secondo
Benjamin, con esso, sono solidali, in qualche modo, con la religione della
disperazione. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della
disperazione nellassoluta solitudine del suo percorso è lethos che
definisce Nietzsche. Questuomo è il Superuomo, cioè il primo uomo che
comincia consapevolmente a realizzare la religione capitalista. Ma anche la
teoria freudiana appartiene al sacerdozio del culto capitalista: Il
rimosso, la rappresentazione peccaminosa è il capitale, su cui linferno
dellinconscio paga gli interessi. E, in Marx, il capitalismo con gli
interessi semplici e composti, che sono funzione della colpa si trasforma
immediatamente in socialismo.

In cosa crede il capitalismo?

3. Proviamo a prendere sul serio e a svolgere lipotesi di Benjamin. Se il
capitalismo è una religione, come possiamo definirlo in termini di fede? In
che cosa crede il capitalismo? E che cosa implica, rispetto a questa fede,
la decisione di Nixon?

David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni  esiste anche
una disciplina con questo strano nome  stava lavorando sulla parola pistis,
che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per fede. Quel
giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto,
alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza
tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi
secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza
tes pisteos significa in greco banco di credito. Ecco qual era il senso
della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, fede è
semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio
gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire
in una famosa definizione che la fede è sostanza di cose sperate: essa è
ciò che dà realtà e credito a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo
e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la
nostra parola. Creditum è il participio passato del verbo latino credere: è
ciò in cui crediamo, in cui mettiamo la nostra fede, nel momento in cui
stabiliamo una relazione fiduciaria con qualcuno prendendolo sotto la nostra
protezione o prestandogli del denaro, affidandoci alla sua protezione o
prendendo in prestito del denaro. Nella pistis paolina rivive, cioè,
quellantichissima istituzione indoeuropea che Benveniste ha ricostruito, la
fedeltà personale: Colui che detiene la fides messa in lui da un uomo
tiene questuomo in suo potere Nella sua forma primitiva, questa relazione
implica una reciprocità: mettere la propria fides in qualcuno procurava, in
cambio, la sua garanzia e il suo aiuto.

Se questo è vero, allora lipotesi di Benjamin di uno stretta relazione fra
capitalismo e cristianesimo riceve una conferma ulteriore: il capitalismo è
una religione interamente fondata sulla fede, è una religione i cui adepti
vivono sola fide. E come, secondo Benjamin, il capitalismo è una religione
in cui il culto si è emancipato da ogni oggetto e la colpa da ogni peccato
e, quindi, da ogni possibile redenzione, così, dal punto di vista della
fede, il capitalismo non ha alcun oggetto: crede nel puro fatto di credere,
nel puro credito (believes in the pure belief)  cioè: nel denaro. Il
capitalismo è, cioè, una religione in cui la fede  il credito  si è
sostituita a Dio: detto altrimenti, poiché la forma pura del credito è il
denaro, è una religione il cui Dio è il denaro.

Ciò significa che la banca, che non è nientaltro che una macchina per
fabbricare e gestire credito (Braudel, 368), ha preso il posto della chiesa
e, governando il credito, manipola e gestisce la fede  la scarsa, incerta
fiducia  che il nostro tempo ha ancora in se stesso.

Il carattere distruttivo della religione capitalista 

4. Che cosa ha significato, per questa religione, la decisione di sospendere
la convertibilità in oro? Certamente qualcosa come una chiarificazione del
proprio contenuto teologico paragonabile alla distruzione mosaica del
vitello doro o alla fissazione di un dogma conciliare  in ogni caso, un
passo decisivo verso la purificazione e la cristallizzazione della propria
fede. Questa  nella forma del denaro e del credito  si emancipa ora da
ogni referente esterno, cancella il suo nesso idolatrico con loro e si
afferma nella sua assolutezza. Il credito è un essere puramente immateriale,
la più perfetta parodia di quella pistis che non è che sostanza di cose
sperate. La fede  così recitava la celebre definizione della Lettera agli
ebrei  è sostanza  ousia, termine tecnico per eccellenza dellontologia
greca  delle cose sperate. Quel che Paolo intende è che colui che ha fede,
che ha messo la sua pistis in Cristo, prende la parola di Cristo come se
fosse la cosa, lessere, la sostanza. Ma è proprio questo come se che la
parodia della religione capitalista cancella. Il denaro, la nuova pistis, è
ora immediatamente e senza residui sostanza. Il carattere distruttivo della
religione capitalista, di cui Benjamin parlava, appare qui in piena
evidenza. La cosa sperata non cè più, è stata annientata e deve esserlo,
perché il denaro è lessenza stessa della cosa, la sua ousia in senso
tecnico. E, in questo modo, viene tolto di mezzo lultimo ostacolo alla
creazione di un mercato della moneta, alla trasformazione integrale del
denaro in merce.

Condannata a vivere a credito 

5. Una società la cui religione è il credito, che crede soltanto nel
credito, è condannata a vivere a credito. Robert Kurz ha illustrato la
trasformazione del capitalismo ottocentesco, ancora fondato sulla solvenza e
sulla diffidenza rispetto al credito, nel capitalismo finanziario
contemporaneo. Per il capitale privato ottocentesco, con i suoi proprietari
personali e con i relativi clan familiari, valevano ancora i principi della
rispettabilità e della solvenza, alla luce dei quali il sempre maggior
ricorso al credito appariva quasi come osceno, come linizio della fine. La
letteratura dappendice dellepoca è piena di storie in cui grandi casate
vanno in rovina a causa della loro dipendenza dal credito: in alcuni passi
dei Buddenbrook, Thomas Mann ne ha fatto addirittura un tema da premio
Nobel. Il capitale produttivo di interessi era naturalmente fin dallinizio
indispensabile per il sistema che si stava formando, ma non aveva ancora una
parte decisiva nella riproduzione capitalistica complessiva. Gli affari del
capitale fittizio erano considerati tipici di un ambiente di imbroglioni e
di gente disonesta, al margine del capitalismo vero e proprio Ancora Henry
Ford ha rifiutato per parecchio tempo il ricorso al credito bancario,
ostinandosi a voler finanziare i suoi investimenti solo con il proprio
capitale (R.Kurz, La fine della politica e lapoteosi del denaro, Roma
1997, p.76-77; Die Himmelfahrt des geldes, in Krisis, 16,17, 1995).

Nel corso del XIX secolo, questa concezione patriarcale si è completamente
dissolta e il capitale aziendale fa oggi ricorso in misura crescente al
capitale monetario, preso in prestito dal sistema bancario. Ciò significa
che le aziende, per poter continuare a produrre, devono per così dire
ipotecare anticipamente quantità sempre maggiori del lavoro e della
produzione futura. Il capitale produttore di merci si alimenta fittiziamente
del proprio futuro. La religione capitalista, coerentemente alle tesi di
Benjamin, vive di un continuo indebitamento, che non può né deve essere
estinto. Ma non sono soltanto le aziende a vivere, in questo senso, sola
fide, a credito (o a debito). Anche gli individui e le famiglie, che vi
ricorrono in maniera crescente, sono altrettanto religiosamente impegnati in
questo continuo e generalizzato atto di fede sul futuro. E la Banca è il
sommo sacerdote che amministra ai fedeli lunico sacramento della religione
capitalista: il credito-debito.

http://comune-info.net/2013/05/benjamincapitalismoreligione/



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NEUROGREEN - neurogreen&amp;lt; at &amp;gt;liste.comodino.org
ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
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&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>rossana</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-16T06:46:00</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39290">
    <title>Re: Iannetti</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39290</link>
    <description>&lt;pre&gt;Al di là di sciocchi scazzi, ti confermi un valentissimo cacciatore di preziose chicche!!! Sappi che quando seleziono i messaggi, tu sei regolarmente il primo mittente. Poi viene Rossana.

e



  ----- Original Message ----- 
  From: singolarità qualunque 
  To: neurogreen&amp;lt; at &amp;gt;liste.comodino.org 
  Sent: Wednesday, May 15, 2013 6:30 PM
  Subject: [neurogreen] Iannetti


  Cr*,

  Derive del desiderio
  Pubblicato il 15 maggio 2013 · in alfapiù, libri · 2 Commenti 
  Augusto Illuminati
  Dieci anni fa moriva prematuramente Fernando Iannetti, dopo una vita dedicata non solo alla filosofia e alla psicoanalisi (si era formato con Lacan, Deleuze e Guattari), ma anche alla passione politica, ivi compresa una non breve carcerazione preventiva da cui uscì assolto. Giovanni Sgrò ne ha ora selezionato alcuni scritti degli anni ‘80-’90, dispersi in riviste o libri oggi difficilmente reperibili, e li ha raccolti organicamente in un’agile pubblicazione che li ripropone a una nuova generazione (Fernando Iannetti, Derive del desiderio e metamorfosi del soggetto.
  Per una nuova critica del politico, Cronopio, 2012, pp. 207, € 16).

  A suggello del primo saggio della raccolta, dedicato a Kant e Rousseau, l’autore conclude programmaticamente che la ragione dev’esserlo del senso e non solo sul senso, dal momento che lo slittamento nell’irrazionale dipende proprio dalla sua scissione dal senso, cioè da una cattiva astrazione, che disconosce l’attività umana sensibile, inibendo nel contempo la critica della politica e il costituirsi dell’individuo sociale.

  Questo è in effetti il programma che Iannetti svolge nei saggi successivi, con una serrata critica del post-moderno degli anni ’80 e del suo sostanziale nichilismo, nelle due varianti del pensiero debole di Vattimo e del decisionismo infondato alla Cacciari. Farla finita con il soggetto, con la metafisica e la dialettica, anzi dichiararli già estinti sembra la via più rapida per sbarazzarsi del fallimento delle vecchie ideologie e forgiarne una nuova di zecca – l a solita fine delle ideologie, annunciata ricorsivamente da tempi immemorabili.

  La crisi della ragione sbocca su un versante nel convenzionalismo epistemologico e nel decisionismo politico, sull’altro nella mitologizzazione delle differenze in una prassi artistica, di piccola democrazia del valore d’uso: Italienische Ideologie, afferma marxianamente l’autore, ignaro che un decennio più tardi avrebbe invece trionfato il termine (apologetico e anglicizzato, of cause) di Italian Theory… Piccolo e grande nichilismo (le due variante sopra indicate) «lasciano il tempo che trovano» – osserva pungente Iannetti – e la rimozione di una politica, che purtroppo era stata ridotta in epoca pseudo-materialista a una «folle mimesi dell’ideologia borghese fondamentale dello Stato», nonché la crisi di una ragione concepita come Ragion di Stato, lasciano emergere il rimosso, l’Altro, l’inconscio, ma nella sua frammentazione dialettale. L’iper-politico e la fine del politico nel crepuscolo dell’imperialismo dell’astratto. Alla crisi della teleologia si contrappone l’apertura del soggetto alla possibilità.

  Il terzo saggio (l’originale francese è del 1990) declina il filone precedente nei termini di una critica dell’astrazione, che tuttavia non scambi l’immediato per il vero e non schiacci la razionalità sulla governabilità, compensando l’autoritarismo con una socializzazione narcisistica dei sudditi. La ragione va piuttosto ri-legittimata attraverso un percorso doloroso e senza sconti, prendendo le mosse dalla centralità dell’angoscia nella costituzione subalterna del soggetto ma rovesciandola nella ricostruzione critica del politico, individuando la connessione essenziale tra l’infelicità degli uomini nel mondo moderno e la contrazione della razionalità nel dominio.

  Nel cinismo post-moderno trionfa un paradossale individualismo-senza-soggetto, in cui il presunto senso della realtà coincide con la cancellazione della dimensione della possibilità, la capacità di pensare modificabile ciò che già è e di considerare, a volte, più importante ciò che non è ancora. Il quarto saggio (2001), che anticipa il tema oggi assai dibattuto di una società senza padre, riprende infine in ambito più strettamente psicoanalitico i grandi temi liberatori del conflitto e del desiderio contro ogni patogenesi della normalità narcisistica e risentita. Ai saggi sono intervallate alcune poesie, che testimoniano l’approccio “sensibile” alla razionalità in crisi.

  Giovedì 16 maggio, ore 17.30, presso il Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro, ex convento San Lorenzo, v. De’ Renzi, Salerno, nel decennale della scomparsa di Iannetti che in quella città visse e lavorò, “Amici di Nando Iannetti” e il “Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro” promuovono un incontro sul tema “Poesia e Rivoluzione” attraverso l’opera di quattro grandi che hanno cantato la lotta per un mondo di liberi e di uguali: Vladimir Majakovskij, Nazim Hikmet, Bertolt Brecht, Franco Fortini. Interventi dell’assessore E. Guerra, di L. Napoli, responsabile Archivio Generale,
  A. D’Angelo, responsabile CDPL, V. Massimo, sociologo. Letture e musica a cura di
  C. Roselli e I. Canto.


  singolarità qualunque
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    <dc:creator>clochard</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T19:17:12</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39289">
    <title>L'ora della colletta</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39289</link>
    <description>&lt;pre&gt;
Car* tutt*,
come sapete abbiamo preso l'impegno di sostenere il Progetto Comodino 
(http://www.comodino.org/wiki) con una donazione annuale di una certa 
entità.

In realtà non so se sia questo il periodo migliore per far partire la 
colletta, ero partito dal principio di mantenere una cadenza più o meno 
annuale, ma già alla seconda ero in ritardo di tre mesi, e comunque non 
c'è una scadenza prefissata, per cui, come sempre, sono aperto a 
suggerimenti.

Comunque, come sempre, chi può e vuole mi faccia sapere in privato, 
così cerchiamo di dividerci la somma in parti più o meno uguali.

Dopo di che, chi può fare bonifici a basso costo può versare la sua 
parte autonomamente, altrimenti ho una carta Postepay, un conto PayPal, 
e spero anche la possibilità di incontrare qualcuno di persona, ma tutto 
questo, per ora è prematuro! ;-)

Saluti e baci
Ema

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    <dc:creator>Emanuele</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T18:20:39</dc:date>
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    <title>Iannetti</title>
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    <description>&lt;pre&gt;Cr*,

Derive del desiderio
Pubblicato il 15 maggio 2013 · in alfapiù, libri · 2 Commenti 
Augusto Illuminati
Dieci anni fa moriva prematuramente Fernando Iannetti, dopo una vita dedicata non solo alla filosofia e alla psicoanalisi (si era formato con Lacan, Deleuze e Guattari), ma anche alla passione politica, ivi compresa una non breve carcerazione preventiva da cui uscì assolto. Giovanni Sgrò ne ha ora selezionato alcuni scritti degli anni '80-'90, dispersi in riviste o libri oggi difficilmente reperibili, e li ha raccolti organicamente in un'agile pubblicazione che li ripropone a una nuova generazione (Fernando Iannetti, Derive del desiderio e metamorfosi del soggetto.
Per una nuova critica del politico, Cronopio, 2012, pp. 207, ? 16).

A suggello del primo saggio della raccolta, dedicato a Kant e Rousseau, l'autore conclude programmaticamente che la ragione dev'esserlo del senso e non solo sul senso, dal momento che lo slittamento nell'irrazionale dipende proprio dalla sua scissione dal senso, cioè da una cattiva astrazione, che disconosce l'attività umana sensibile, inibendo nel contempo la critica della politica e il costituirsi dell'individuo sociale.

Questo è in effetti il programma che Iannetti svolge nei saggi successivi, con una serrata critica del post-moderno degli anni '80 e del suo sostanziale nichilismo, nelle due varianti del pensiero debole di Vattimo e del decisionismo infondato alla Cacciari. Farla finita con il soggetto, con la metafisica e la dialettica, anzi dichiararli già estinti sembra la via più rapida per sbarazzarsi del fallimento delle vecchie ideologie e forgiarne una nuova di zecca - l a solita fine delle ideologie, annunciata ricorsivamente da tempi immemorabili.

La crisi della ragione sbocca su un versante nel convenzionalismo epistemologico e nel decisionismo politico, sull'altro nella mitologizzazione delle differenze in una prassi artistica, di piccola democrazia del valore d'uso: Italienische Ideologie, afferma marxianamente l'autore, ignaro che un decennio più tardi avrebbe invece trionfato il termine (apologetico e anglicizzato, of cause) di Italian Theory. Piccolo e grande nichilismo (le due variante sopra indicate) «lasciano il tempo che trovano» - osserva pungente Iannetti - e la rimozione di una politica, che purtroppo era stata ridotta in epoca pseudo-materialista a una «folle mimesi dell'ideologia borghese fondamentale dello Stato», nonché la crisi di una ragione concepita come Ragion di Stato, lasciano emergere il rimosso, l'Altro, l'inconscio, ma nella sua frammentazione dialettale. L'iper-politico e la fine del politico nel crepuscolo dell'imperialismo dell'astratto. Alla crisi della teleologia si contrappone l'apertura del soggetto alla possibilità.

Il terzo saggio (l'originale francese è del 1990) declina il filone precedente nei termini di una critica dell'astrazione, che tuttavia non scambi l'immediato per il vero e non schiacci la razionalità sulla governabilità, compensando l'autoritarismo con una socializzazione narcisistica dei sudditi. La ragione va piuttosto ri-legittimata attraverso un percorso doloroso e senza sconti, prendendo le mosse dalla centralità dell'angoscia nella costituzione subalterna del soggetto ma rovesciandola nella ricostruzione critica del politico, individuando la connessione essenziale tra l'infelicità degli uomini nel mondo moderno e la contrazione della razionalità nel dominio.

Nel cinismo post-moderno trionfa un paradossale individualismo-senza-soggetto, in cui il presunto senso della realtà coincide con la cancellazione della dimensione della possibilità, la capacità di pensare modificabile ciò che già è e di considerare, a volte, più importante ciò che non è ancora. Il quarto saggio (2001), che anticipa il tema oggi assai dibattuto di una società senza padre, riprende infine in ambito più strettamente psicoanalitico i grandi temi liberatori del conflitto e del desiderio contro ogni patogenesi della normalità narcisistica e risentita. Ai saggi sono intervallate alcune poesie, che testimoniano l'approccio "sensibile" alla razionalità in crisi.

Giovedì 16 maggio, ore 17.30, presso il Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro, ex convento San Lorenzo, v. De' Renzi, Salerno, nel decennale della scomparsa di Iannetti che in quella città visse e lavorò, "Amici di Nando Iannetti" e il "Centro di Documentazione per le Politiche del Lavoro" promuovono un incontro sul tema "Poesia e Rivoluzione" attraverso l'opera di quattro grandi che hanno cantato la lotta per un mondo di liberi e di uguali: Vladimir Majakovskij, Nazim Hikmet, Bertolt Brecht, Franco Fortini. Interventi dell'assessore E. Guerra, di L. Napoli, responsabile Archivio Generale,
A. D'Angelo, responsabile CDPL, V. Massimo, sociologo. Letture e musica a cura di
C. Roselli e I. Canto.


singolarità qualunque
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    <dc:creator>singolarità qualunque</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T16:30:25</dc:date>
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    <title>Immaginare un reddito garantito per tutti</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39287</link>
    <description>&lt;pre&gt;Su Le Monde diplomatique di questo mese (oggi col Manifesto) un bel dossier
sul reddito garantito per tutti con articoli di Pierre Rimbert "Michel
Foucault 'Revenu garanti, une utopie à portée de main'" e di André Gorz " A
reculons"

http://www.monde-diplomatique.fr/2013/05/A/49101



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    <dc:creator>rossana</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T15:09:55</dc:date>
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    <title>La rabbia dei facchini irrompe al convegno di Granarolo e in rete e  Alcune doverose prexisazioni ...</title>
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    <description>&lt;pre&gt;
----- Original Message ----- 
From: dinoerba&amp;lt; at &amp;gt;libero.it 


  Ricevo e volentieri diffondo.

  Una notizia e una precisazione. Da leggere.

  D.





  Martedì 14 Maggio 2013 22:00

  La rabbia dei facchini irrompe al convegno di Granarolo e in rete




  La notte prima dello sciopero generale i facchini del consorzio SGB sono tornati ai cancelli del magazzino Ctl presso cui la Granarolo, in regime di appalti e subappalti, stocca la propria merce per poi recapitarla al mercato. Questa notte l'appuntamento i facchini se lo sono dati alle 3 riuscendo in questo modo a bloccare anche "il latte" diretto ai bar della città - dove il cappuccino Granarolo stamani non è stato servito. Il picchetto ha avuto dei momenti di tensione quando un camionita del consorzio Ctl ha provato a forzare il blocco, ma l'intelligenza e la determinazione dei facchini ha evitato il peggio.

  Alle 7 in punto il picchetto si è ritirato e dopo una pausa di poche ore i facchini sono partiti alla volta di Milano dove al Museo della Scienza e della Tecnica la Granarolo aveva organizzato un convegno dal titolo "Granarolo per il domani. Siamo quello che mangiamo". Un convegno basato sull'etica della distribuzione e del consumo volto a "promuovere un progetto per ragionare di futuro e promuovere iniziative di richiamo sull'uomo e sul cibo, capitalizzando sulle aree di interesse e ricerca del Gruppo", come racconta la presentazione dell'iniziativa.

  E a quest'incontro aperto al pubblico i facchini hanno voluto partecipare per andare a raccontare ad una platea interessata ad un "commercio etico" che cosa significhi produrre a certe condizioni. Non è necessario partire alla volta di qualche azienda cinese, è sufficiente soffermarsi nell'Emilia delle cooperative per capire cosa significhi sfruttare i lavoratori in maniera occulta proteggendosi dietro la fiera dell'est dei mille subappalti. I facchini entrati nella sala hanno interrotto il convegno e raccontato alla platea le motivazioni della propria protesta [ guarda il video 1 e 2 ] . L'ipocrisia di Granarolo è stata smascherata e nonostante l'investimento della grande mucca nel marketing pubblicitario, gli astanti hanno gradito la veritiera "controinformazione" solidarizzando e applaudendo i facchini.

  Contemporaneamente in rete erano in molti a convergere sull'hashtag #granaroloperildomani lanciato dall'azienda per affiancare e raccontare il convegno via Twitter; intento sfumato dopo le prime battute, subissato dalla marea di tweet che richiamavano i numerosi abusi perpetrati ai danni dei facchini dietro lo scudo del sistema dei subappalti ed invitavano al boicottaggio della grande mucca. Una mobilitazione già datasi con successo nei confronti di IKEA, altra realtà tristemente nota per le pessime condizioni di lavoro imposte alle maestranze, e che non mancherà di ripetersi laddove si proverà a dare una riverniciata di fittizia "responsabilità sociale d'impresa" ai marci capannoni dello sfruttamento.








  http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/7794-la-rabbia-dei-facchini-irrompe-al-convegno-di-granarolo-e-in-rete






Una questione logistica





13 maggio 2013 
C'è un'abitudine, o un vizio, tipico degli intellettuali della sinistra cosiddetta radicale. Consiste nel cercare di individuare quale sia il settore della società destinato a incarnare il nuovo "soggetto rivoluzionario". Ci si aspetta che sorga, come un esercito di terracotta, e che ristabilisca il giusto corso della storia, quello che va verso eguaglianza, dignità, libertà dal bisogno, e che si comporti, per di più, coerentemente a quanto teorizzato. 

Noi non abbiamo a disposizione chiavi di questo tipo per interpretare la realtà. Quello che qui cerchiamo di fare è di dare rilievo, sottolineare momenti di riflessione e azione collettiva che rompono lo strano effetto prospettico per cui la situazione sociale viene descritta come potenzialmente esplosiva ma contemporaneamente cristallizzata, ferma, immobile. Il che è impossibile, non fosse altro perché la crisi in cui versa il paese non è uno stato, una condizione, ma una dinamica, ovvero una costellazione di dinamiche in rapida ricomposizione e riconfigurazione. In questo quadro, la lotta dei lavoratori del settore logistico, che è giunta sulle cronache nazionali in occasione dello sciopero nazionale indetto da Adl Cobas e Si Cobas il 22 marzo scorso, presenta notevoli elementi di interesse. 

È una lotta organizzata dal basso, con modalità di convocazione e rappresentanza nuove, portata avanti da lavoratori in larghissima parte immigrati, che tocca le vene e le arterie della circolazione delle merci in questo paese. La questione è nodale tanto per le caratteristiche del settore - la movimentazione delle merci non conosce una crisi paragonabile a quella di altri settori produttivi - quanto per la composizione dei lavoratori in lotta, per il 90 per cento stranieri.

Lo sciopero è stato proclamato dalle assemblee che si sono svolte il 3 marzo 2013 a Milano, Piacenza, Bologna, Genova, Torino, Roma, Padova, Verona, Treviso, collegate tra loro attraverso una web conference.

Il contratto nazionale per questo settore è scaduto nel dicembre 2012, ed era stato rinnovato l'ultima volta nel 2010. I lavoratori in lotta accusano i sindacati confederali di trattare con il padronato in maniera poco trasparente, senza un'adeguata informazione e senza un reale coinvolgimento dei lavoratori stessi, che in questo modo si sentono tenuti all'oscuro, "per poi essere sottoposti ad ulteriori sacrifici e mortificazioni". 

Sulle pagine dei quotidiani, la cronaca: "Caos dei trasporti in Nord Italia," le cariche della polizia all'interporto di Bologna, i comunicati degli uni e degli altri, un lavoratore che sarebbe stato travolto e ferito da un tir in uscita. In termini di partecipazione, lo sciopero è stato un successo. In certi casi, come quello della Dhl di Carpiano, l'adesione è stata totale.

La forma di ricatto padronale a cui questi lavoratori sono costretti è particolarmente dura. La retorica dei sacrifici che accompagna la crisi, che è pervasiva, e che viene brandita come un'arma da chi può impugnarla, viene utilizzata per imporre turni lunghissimi, straordinari obbligati e non pagati, decurtazioni arbitrarie di stipendi già assai magri. Un lavoro logorante, spesso privo dei diritti elementari, retribuzioni che costringono a un'esistenza in apnea, alla mera sopravvivenza, all'assenza di ogni prospettiva. Le condizioni in cui versano questi lavoratori sintetizzano ed esemplificano una condizione generale che accomuna le vite e le sorti delle classi più deboli. Ecco perché la loro lotta riguarda tutti noi: perché la sofferenza sociale è la questione centrale da affrontare se si hanno ancora a cuore le sorti collettive. I lavoratori del settore logistico hanno saputo superare divisioni etniche e frammentazioni e hanno aperto così una partita cruciale, sottolineando ancora una volta che la divisione reale che taglia la società non ha a che fare con etnie o culture ma è la dialettica tra sfruttati e sfruttatori, tra poveri e ricchi.

Per il 15 maggio è stata indetta una nuova giornata di lotta. Nel comunicato di sabato 11 maggio, l'attenzione viene portata sulla necessità di vedere applicate "le medesime condizioni contrattuali indipendentemente dalla committenza di riferimento e dalla cooperativa/società di appartenenza".

I lavoratori in lotta hanno bisogno di solidarietà e di attenzione. Stanno indicando una strada, consapevoli che i diritti sono il risultato di rapporti di forza, e che per difenderli o ottenerli bisogna rendersi forti. Dobbiamo augurarci che altre esperienze simili trovino voce e gambe, se vogliamo credere che sia ancora possibile risollevarsi dal pantano in cui al momento affonda ogni prospettiva di riscatto sociale.





http://www.internazionale.it/opinioni/wu-ming/2013/05/13/una-questione-logistica/
&lt;/pre&gt;</description>
    <dc:creator>clochard</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T14:01:59</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39285">
    <title>R: 15-M, due anni indignati La piazza non si arrende</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39285</link>
    <description>&lt;pre&gt;paraponzi,ponzi,po..,https://www.youtube.com/watch?v=CloXrGUUiXo&amp;amp;list=UU0rFO
CryIM8CTDYkUPgjyWg&amp;amp;index=2,8-Davide


-----Messaggio originale-----
Da: rossana [mailto:rossana&amp;lt; at &amp;gt;comodinoposta.org] 
Inviato: martedì 14 maggio 2013 16:00
A: neurogreen&amp;lt; at &amp;gt;liste.comodino.org
Oggetto: [neurogreen] 15-M, due anni indignati La piazza non si arrende 

In Italia per qualche incursione lampo nei ristoranti, alcuni giornalisti e
politici denunciano un clima di odio politico. Con la parola odio si cerca
di esorcizzare la paura del conflitto. 

15-M, due anni indignati. La piazza non si arrende di Luca Tancredi Barone

Spagna /MA IL GOVERNO METTE LIMITI
Gli indignati sono tornati a sfilare per le strade spagnole, in un simbolico
«escrache al sistema». L'escrache è la «segnalazione pubblica», con
picchetti sotto casa, dei politici che affossano iniziative di legge
popolari come la riforma dell'ingiusta legge ipotecaria.
Domenica, a due anni dalla nascita del 15-M, gli spagnoli sono tornati in
piazza per ricordare le motivazioni che il 15 maggio 2011 avevano portato
alla nascita di un movimento politico che ha rivoluzionato il modo di
intendere la politica, come ha riconosciuto persino la delegata del governo
di Madrid, Cristina Cifuentes, un mastino della destra. Il 15-M, ha detto, è
stato «pionieristico», perché ha modificato l'«agenda politica dei partiti»,
«contribuendo a evitare la breccia fra la gente e il parlamento», per poi
ricordare a chi monta campadas in piazza che comunque «il diritto di
riunione non è illimitato».
«No nos representan» (non ci rappresentano), «no es una crisis, es una
estafa» (non è una crisi, è una truffa), «sí, se puede» (l'equivalente
dell'obamiano yes, we can) erano alcuni degli slogan più ascoltati anche
quest'anno, caratterizzato da una minore affluenza, ma da una maggiore
organizzazione. I temi di fondo (diritto alla salute, all'educazione, alla
casa) si mescolavano all'attualità politica, come l'indignazione per le
ormai famose «buste» che l'ex tesoriere del Pp Bárcenas passava ai membri
del partito per «arrotondare» lo stipendio, o per la polemica riforma della
legge sull'aborto che riporterebbe la Spagna indietro di trenta anni, o la
riforma della legge educativa che toglierebbe competenze alle comunità
autonome, limitando il contenuto di materie come l'«educazione alla
cittadinanza», aiutando i centri che dividono per sesso e favorendo e
anticipando a 15 anni la professionalizzazione degli alunni «difficili». Per
i catalani, poi, la riforma è un pugno nello stomaco perché mette in
discussione le conquiste linguistiche, relegando il catalano a una lingua
ottativa invece che veicolare come è oggi.
A Madrid grande protagonismo ha avuto anche la protesta contro la
privatizzazione del sistema sanitario. Presenti dappertutto anche i
cosiddetti yayoflautas, un collettivo di anziani «in lotta», il cui nome è
già una presa in giro: «perroflauta» è l'aggettivo dispregiativo che viene
usato per definire i vagabondi (caratterizzati, secondo il cliché, proprio
da un cane e da un flauto). Gli yayos, i nonni, si autodefiniscono
yayoflautas per ricordare che anche loro combattono contro il sistema perché
vittime non solo dei tagli sociali, ma anche direttamente dalle truffe delle
banche.
A Barcellona ha avuto un ruolo da protagonista la Pah, la Piattaforma in
difesa delle vittime dei mutui: il verde delle magliette spiccava tra la
folla che ha chiuso la manifestazione proprio con l'occupazione di un
edificio vuoto nel centro di uno dei quartieri più multietnici di
Barcellona, a lato del modernista Palau de la Música catalana, dove
l'emergenza casa è particolarmente sentita.
Proprio pochi giorni fa una giudice di Barcellona aveva dato ragione a una
famiglia sfrattata che aveva occupato un appartamento vuoto di proprietà
della Sareb, la «banca cattiva» finanziata con soldi pubblici e che sta
accumulando gli «attivi tossici» delle banche nella speranza di rivenderli.



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radicali negli anni zerozero della catastrofe
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    <dc:creator>davidedepalo</dc:creator>
    <dc:date>2013-05-15T06:48:54</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39284">
    <title>Ross&lt; at &gt;. Il documento finale approvato</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.politics.activism.neurogreen/39284</link>
    <description>&lt;pre&gt;Interessante il commento al documento perché ricostruisce la storia e le
criticità che l'assemblea di sabato non ha chiarito. Insomma un appuntamento
poco stimolante e convincente. Di seguito al commento, il documento:

"Comincia male, Ross&amp;lt; at &amp;gt; proposto da Giorgio Cremaschi e fatto proprio da
quello che resta della corte che, il 1° ottobre 2011, diede vita
allanalogo movimento Dobbiamo fermarli. Comincia con uno davvero
indecoroso attacco a Grillo  e al Movimento Cinque Stelle  che lascia
presagire lo stesso sterile settarismo e la stessa autoreferenzialità che
hanno desertificato lopposizione sociale in Italia.
Ma forse è opportuno riepilogare brevemente i termini della questione.
Il primo ottobre 2011, al Teatro Ambra Iovinelli di Roma, Giorgio Cremaschi,
forte di un appello firmato da un migliaio di compagni,- tra cui moltissimi
quadri della, allora non monolitica, FIOM  lancia il Movimento Dobbiamo
Fermarli: primo tra i suoi obbiettivi il non pagamento del Debito Pubblico.
Nasce così il Comitato No Debito . Lidea che si fa avanti è quella di
ripercorrere la stessa strada che ha dato vita ai comitati per i referendum
che, il 12 e 13 giugno di quellanno, hanno portato al voto 25 milioni di
italiani sbaragliando lostracismo di tutti i partiti e ottenendo, così,
lunica vittoria del Movimento di questi decenni. Strutture democraticamente
elette, quindi, dove ognuno  organizzando banchetti, effettuando
volantinaggi, indicendo petizioni, raccogliendo firme  indipendentemente
dal partito o dallorganizzazione di appartenenza, si impegnava al
raggiungimento dellobiettivo.
Ma le cose non vanno affatto così. Nasce dal nulla, e senza che nessuno lo
abbia eletto, un sedicente Coordinamento Nazionale No Debito - composto,
per lo più, da funzionari di un sindacato di base, da ex parlamentari e da
esponenti di partitucoli   che tra continue schermaglie e soporiferi
quanto inutili interventi, impedisce il nascere di un qualsiasi
coordinamento degli allora esistenti comitati No debito cittadini. Il
risultato è la ineffabile creazione di due portavoce del Comitato, la
scomparsa nel nulla delle petizioni che andavano raccogliendo i comitati
cittadini, la coesistenza nel Comitato No Debito di un altro analogo
comitato (Rivoltiamo il debito: una creatura di Sinistra Critica) una,
tutto sommato, deludente manifestazione nazionale a Milano (Occupy Piazza
Affari) seguita da una fallimentare manifestazione meridionale a Napoli.
Il flop di due seminari organizzativi (Firenze e Roma) e la sostanziale
chiusura del sito decretano, infine, la scomparsa del Comitato No Debito e
del movimento Dobbiamo fermarli.
Perché ripercorrere oggi questa penosa storia (che, tranne un intervento,
non è stata minimamente accennata alla riunione di Bologna) ? Intanto per
ricordare che se ci fosse stato per il Debito pubblico una capillare
mobilitazione di strutture territoriali e un referendum, probabilmente
questa questione si sarebbe tradotta in poderose mobilitazioni, e forse
anche in qualcosa di più. E poi per rimarcare la davvero stupefacente
chiusura di Cremaschi al Movimento 5 Stelle: Sono stato uno dei più
dialoganti con Grillo ma quando dicono quelle cose sullo Ius Soli per me
basta. Grave che un compagno, solitamente così attento come Cremaschi, sul
presunto razzismo del Movimento Cinque Stelle sposi le tesi di Repubblica
senza degnarsi di leggere i pur numerosi interventi sulla questione. Ancora
più grave è poi che non si avveda che nel, pur ecumenico, programma del
Movimento Cinque Stelle ci sia lindizione di un referendum sulla nostra
permanenza nelleuro e nella BCE. Quale occasione migliore per invitare il
Movimento Cinque Stelle a costituire insieme comitati per questo
referendum?"
Francesco Santoianni


Ross&amp;lt; at &amp;gt;. Il documento finale approvato

Più di trecento compagne e compagni hanno partecipato sabato 11 a Bologna al
1° incontro nazionale promosso dalla Dichiarazione comune per un movimento
anticapitalista e libertario. Quello che segue è il documento finale che si
affianca e completa la Dichiarazione.

Lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione e la precarietà di massa, la
violenza sulle donne, le discriminazioni e la soppressione dei diritti, la
cancellazione della democrazia, la devastazione della natura, avanzano. È
necessario qui ed ora un movimento sociale e politico anticapitalista e
libertario, che non insegua i miraggi di piccoli aggiustamenti che in nome
del meno peggio portano sempre al peggio.

Noi pensiamo che sia necessario riprendere la via della liberazione della
società dal dominio del mercato e del profitto, noi pensiamo che oggi si
possa e si debba rendere attuale il socialismo.

Competitività, flessibilità, austerità, produttività sono parole che
presiedono alle politiche oggi dominanti. Politiche nemiche della umanità e
della natura. Bisogna rompere con esse e con chi le adotta come valore e
metro di misura. Dobbiamo combattere i privilegi della casta, ma ancora di
più lottare contro il potere vero, quello della ricchezza, del mercato, dei
padroni.

A tutto questo contrapponiamo il socialismo del 21° secolo, che si
costruisce sulle necessità di oggi, con obiettivi e conquiste progressive e
con la partecipazione popolare, che cammina passo passo con le lotte per la
liberazione dallo sfruttamento e da ogni oppressione.

Noi vogliamo:

    Rompere con lUnione europea. Democrazia vera, diritti del lavoro (a
proposito dei quali è fondamentale la riconquiste dellart. 18), stato
sociale, eguaglianza, libertà sono incompatibili con lEuropa del rigore,
del fiscal compact, di Maastricht e della Troika. Non cè nulla da
rinegoziare, i trattati vanno cancellati. Leuro e il debito non ci debbono
più ricattare, bisogna che i popoli conquistino la sovranità sulla moneta e
sulla spesa pubblica.
    Ridurre lorario di lavoro e il tempo di lavoro a parità di salario,
mentre il reddito deve essere garantito a chi non ha un lavoro sicuro e
dignitoso. La salute e la sicurezza sul lavoro vengono prima di tutto.
Leducazione e la formazione pubbliche, labitare, la sanità pubblica vanno
garantite e tutta la società va ricostruita su nuove basi. La sola
compatibilità è leguaglianza sociale
    I beni comuni in mano pubblica, così come le banche e le attività
strategiche. Il lavoro deve controllare la produzione e il potere pubblico
deve impedire la chiusura delle aziende, le delocalizzazioni, i
licenziamenti. La democrazia deve entrare in ogni luogo di lavoro.
Riconversione industriale e produttiva, salvaguardia dellambiente e del
patrimonio culturale, intervento pubblico generalizzato nella economia. No
al TAV e alle grandi opere. No alla militarizzazione dei territori per
favorire la devastazione ambientale:
    Libertà delle donne contro loppressione patriarcale, libertà e
cittadinanza dei migranti contro le leggi schiaviste, libertà e diritti
delle persone contro i poteri del mercato e delle burocrazie autoritarie.
    Una politica fiscale immediatamente e fortemente redistributiva verso i
redditi fissi, da lavoro e pensione, a danno della grande rendita, del
grande capitale, delle ricchezze private e dellevasione.
    Pace e disarmo, con la fine immediata di tutte le missioni militari
allestero e di tutte le spese di guerra. Liberazione dalle servitù militari
e dalloccupazione  imperialista dei nostri territori.
    Una vera democrazia fondata su una legge elettorale proporzionale pura,
sulla distruzione dei privilegi delle caste, sul diritto dei lavoratori a
decidere liberamente su chi li rappresenta e sugli accordi, sulla
partecipazione, sui referendum, sul diritto a decidere delle popolazioni nel
territorio. Diciamo no al presidenzialismo e allautoritarismo plebiscitario
che mirano a distruggere la Costituzione Repubblicana. No alla repressione
dei movimenti e dei conflitti. Libertà per le/i compagne/i arrestate/i.

Non uno solo di questi punti è oggi interamente sostenuto dalle forze di
centrosinistra e dai grandi sindacati confederali.

Sono nostri avversari il governo Napolitano Letta Berlusconi, il suo
programma e chi lo sostiene. Sono avversari la politica di austerità della
Troika europea, e la sua traduzione nelle relazioni sindacali con il patto
corporativo tra CGIL CISL UIL e Confindustria. Sono altro da noi tutta la
politica del centrosinistra e tutti i tentativi di riaffermarla.

Noi vogliamo essere militanti di un movimento politico che affermi il
diritto e la legittimità dellalternativa, che rovesci gli equilibri, i
poteri, i vincoli che oggi impediscono ogni reale cambiamento e che prima di
tutto sia uno strumento per lorganizzazione e la rappresentanza di tutte e
tutti coloro che vengono colpiti dallo sviluppo capitalista e dalla sua
crisi e vogliono ribellarsi.

Per questo cominciamo oggi un percorso che sappiamo difficile e pieno di
ostacoli, ma convinti che se le forze anticapitaliste in Italia resteranno
nella frammentazione attuale, la reazione antisociale continuerà.

Aderiamo a questo percorso come militanti che non rinunciano alle proprie
appartenenze sindacali, politiche e nei movimenti sociali, ma che impegnano
la propria persona nellimpresa di costruire una casa comune della lotta e
dellalternativa anticapitalista.

Aderiamo a questi punti e a questa proposta per lavorare alla loro
diffusione, approfondimento, arricchimento e alla organizzazione del
percorso. Sappiamo che il primo metro di misura saranno il rigore e la
coerenza personale con cui li porteremo avanti.

Ci ritroveremo a settembre dopo aver discusso in ogni parte del paese. Ci
diamo come scadenza il prossimo autunno. Allora dovremo essere in piazza con
una forza tale da mettere in crisi il governo e il dominio della Troika
europea e chi li sostiene. Ora cominciamo.
http://www.contropiano.org/archivio-news/documenti/item/16556-ross-il-docume
nto-finale-approvato



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ecologie sociali, strategie radicali negli anni zerozero della catastrofe
http://liste.comodino.org/wws/subrequest/neurogreen


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