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    <title>iscrizioni al Corso di Laurea Specialistica in NET ART E  CULTURE DIGITALI</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3013</link>
    <description>
Tra poche settimane scadono le iscrizioni per l'a.a. 2008-2009 alla
Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte
(Accademia di Belle Arti DI CARRARA)

Scarica il pdf in alta risoluzione, 12 Mbyte, all'indirizzo:
http://www.accademiacarrara.it/docs/deplian.pdf


Corso di Laurea specialistica di secondo livello Biennale in:
NET ART E CULTURE DIGITALI
120 crediti

Scadenza presentazione domanda di ammissione 5 Ottobre 2008

http://www.accademiacarrara.it/index.php?pag=173

Corso di Laurea di primo livello Triennale in:
Arti Multimediali
180 crediti

Scadenza presentazione domanda di ammissione 18 Settembre 2008

http://www.accademiacarrara.it/index.php?pag=171


Centro di Ricerca e Documentazione sull'Arte delle Reti e le Culture Digitali
UCAN
http://www.wikiartpedia.org
http://www.wikiartpedia.org/index.php?title=UCAN



Diretta da:
prof. Tommaso Tozzi
tommaso.tozzi&lt; at &gt;unifi.it

info e segreteria:
segreteria.studenti&lt; at &gt;accademiacarrara.it
http://www.accademiacarrara.it
Tel. 0585-71658

sede:
Viale Michelangelo Buonarroti 1, Carrara
Tel. 0585-777056



---&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;

La Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti 
di Carrara, nata nel 1999, ha l'obiettivo di formare un artista 
capace di proporre soluzioni innovative e originali nel settore delle 
arti multimediali digitali e di gestire il processo di sviluppo di un 
progetto nei diversi settori artistici e professionali. Sono 
affrontati i diversi momenti di ricerca dall'area della storia 
dell'arte contemporanea, a quella dei linguaggi multimediali, delle 
discipline della comunicazione, delle analisi dei processi 
comunicativi, della progettazione multimediale, delle culture 
digitali, dei sistemi interattivi e delle tecniche e dei linguaggi 
audiovisivi. La Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte si propone 
inoltre di contribuire a formare delle figure professionali 
competenti e specializzate nel partecipare alla progettazione e 
creazione di comunita' virtuali orientate a favorire lo scambio e la 
trasmissione della conoscenza e dei saperi universali negli ambiti 
piu' disparati, apportando a tali progetti una sensibilita' e 
creativita' che non viene prevista in altri ambiti diciplinari.
L'arte dei nuovi media digitali, con oramai circa mezzo secolo di 
storia, e' da un quarto di secolo al centro dell'attenzione delle 
principali istituzioni nel campo dell'arte, della scienza e della 
ricerca. Molte istituzioni e musei nazionali ed internazionali hanno 
gia' creato al loro interno un'area specifica all'arte dei nuovi 
media e organizzato mostre e centri di documentazione e di ricerca in 
tale settore.
L'artista oggi non e' piu' un semplice produttore di metafore. La sua 
non e' una mera funzione simbolica all'interno della societa'. E' 
viceversa un partecipatore attivo che interviene direttamente nei 
processi produttivi e sociali che lo circondano. E' questa 
sensibilita' al lavoro cooperativo, al saper intuire ed interagire 
con i processi sociali ed antropologici, oltre che tecnologici, 
mantenendo ben saldo di fronte a se il faro dei valori etici 
orientati al bene comune, anziche' al profitto individuale, e' questa 
la sensibilita' e la priorita' che la Scuola deve saper trasmettere 
ai propri studenti.
Le parole chiave della Scuola sono termini come relazione, 
cooperazione, interdisciplinareita' interazione, intercreativita' 
oppure comunicazione.
La Scuola comprende il corso di laurea triennale di primo livello in 
Arti Multimediali, il corso di laurea specialistico biennale di 
secondo livello in Net Art e Culture Digitali, il primo ed unico nel 
suo genere in Italia, e il Centro di Ricerca e Documentazione 
sull'Arte delle Reti e le Culture Digitali.UCAN.
Gli studenti iscritti alla Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte sono 
attualmente circa 150 e pagano una retta annuale di circa 500 euro al 
Triennio e circa 900 euro al Biennio.
La nuova sede ha 11 aule multimediali attrezzate per la didattica 
laboratoriale e per la ricerca teorica, attrezzate con computer 
macintosh di ultima generazione, PC con windows, linux, software 
proprietari e software libero per indicare le possibili alternative 
nella creazione di prodotti multimediali. Alcune aule sono rivolte 
allo studio dell'editing video, audio, alla creazione di prodotti per 
il web e di installazioni multimediali e di realta' artificiale; 
altre aule sono dedicate alla programmazione e allo sviluppo di 
database e sistemi di gestione dei contenuti. Nella Scuola e' stata 
attrezzata una Sala di Regia collegata a una Sala di Ripresa, che 
funge da set televisivo per la produzione di audiovisivi che vengono 
in seguito riportati sulla Telestreet e sulla web TV della Scuola il 
cui nome e' VTTV (Virtual Town TeleVision) e l'indirizzo e' 
http://www.vttv.it. All'interno di UCAN e' stata realizzata 
Wikiartpedia (http://www.wikiartpedia.org) un'enciclopedia on-line 
sull'Arte delle reti e le Culture Digitali che al momento contiene 
alcune migliaia di voci. Le aule sono tutte attrezzate con 
videoproiettori e i computer sono collegati in rete sia fissa che 
wi-fi. Gli studenti possono disporre in aula del proprio portatile 
collegandolo alla rete fissa o al wi-fi. Gli studenti hanno a 
disposizione per lo studio e l'incontro uno Spazio polivalente 
all'interno del quale possono confrontare le proprie esperienze 
arricchendosi reciprocamente, leggere i libri di una biblioteca 
specializzata nelle arti multimediali. Tale Spazio Polivalente viene 
anche utilizzato per l'organizzazione di eventi, conferenze o 
installazioni multimediali organizzate dal Centro UCAN e per la 
presentazione al pubblico dei lavori degli studenti.
Una parte della didattica sta sperimentando delle forme di didattica 
on-line con piattaforme e-learning come Lynxs, Moodle, Typo 3 e Second Life.



---&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;
Corso di Laurea specialistica di secondo livello Biennale in:
NET ART E CULTURE DIGITALI


Il Corso Biennale e' il primo ed unico in Italia in un ambito 
artistico, quello della Net Art, all'avanguardia negli ultimi dieci 
anni nei principali musei e centri di ricerca Europei e internazionali.
Il Corso permette di inserirsi nel mondo dell'arte e del lavoro, 
cosi' come nei diversi settori della cultura e della comunicazione, 
come artista, critico, ricercatore, operatore, per l'analisi e la 
promozione di processi di sviluppo sociale on-line, per la 
documentazione realizzata con strumenti multimediali, audiovisivi 
(digital video e web TV) e di open content (content management 
system), per la progettazione di processi di traferimento 
collaborativo di risorse on-line che garantisca la condivisione 
interculturale e la qualita' della vita, per la promozione e tutela 
di comunita' virtuali sociali e per la ricerca ed espressione nel 
settore dell'estetica dei nuovi media, progettista e sviluppatore di 
sistemi integrati e comunitari per l'interazione e la condivisione in 
rete orientata a favorire lo scambio e la trasmissione della 
conoscenza e dei saperi universali negli ambiti piu' disparati, 
apportando a tali progetti una sensibilita' e creativita' che non 
viene prevista in altri ambiti disciplinari. La figura professionale 
e' quella di un soggetto in grado di lavorare individualmente sebbene 
sia indirizzata verso processi di progettazione e di lavoro di tipo 
collettivo. Tra gli ambiti di ricerca e di produzione vi sono la net 
art, le culture digitali, la media art, la software art, il design 
dell'interfaccia, le realta' virtuali e artificiali, i videogiochi e 
gli edutainment, la installazioni multimediali, le tecniche e i 
linguaggi multimediali e audiovisivi, le discipline della 
comunicazione sociale, le analisi dei processi comunicativi, la 
progettazione multimediale, i sistemi interattivi e i sistemi 
multimediali per i beni culturali. Le discipline sono tra loro 
armonizzate attraverso la programmazione didattica che prevede 
continue fasi di interazione tra aspetti teorici e sperimentazioni 
pratiche, individuando nel laboratorio, sia reale che virtuale, il 
luogo sia della ricerca, che della sperimentazione e condivisione di 
esperienze formative.



---&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;
Corso di Laurea di primo livello Triennale in:
Arti Multimediali


Il Corso Triennale ha l'obiettivo di favorire adeguate conoscenze 
delle metodologie e dei contenuti propri delle discipline 
caratterizzanti l'indirizzo formativo, e garantisce la padronanza 
delle tecniche e degli strumenti che sono specifici alla 
progettazione e realizzazione di prodotti e processi innovativi nel 
settore delle Arti Multimediali.
Il Corso vuole offrire un'opportuna formazione professionale nel 
campo della progettazione e un'adeguata competenza nel controllo e 
nella gestione del sistema del prodotto; vuole inoltre fornire idonee 
conoscenze sulla gestione dell'attivita' professionale al fine di 
favorire un consapevole e qualificato ingresso nel mondo del lavoro.
Il percorso formativo si organizza in tre aree che hanno 
un'equivalente peso nella distribuzione formativa: area teorica, area 
audiovisivi, area intermedia.
E' obiettivo del Corso il fornire una formazione di base per un primo 
inserimento nel mondo della ricerca e professionale nelle discipline 
della comunicazione e dei nuovi media, la storia dell'arte 
contemporanea, la computer art, la teoria, la progettazione, i 
linguaggi e le tecniche multimediali e audiovisive, la fotografia, le 
tecniche di ripresa e montaggio, il web design, l'editoria 
multimediale, le installazioni multimediali e il sound design, le 
tecniche di animazione digitale, gli audiovisivi interattivi, i 
database, la programmazione in PHP, i content management system, le 
teorie e tecniche dell'interazione, le videoinstallazioni, la 
computer graphic e le tecnologie dell'informatica.



---&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;
UCAN
Centro di Ricerche e Documentazione sull'Arte e le culture delle Reti
diretto dal prof. Tommaso Tozzi


Obiettivo di UCAN e' la ricerca, documentazione e promozione 
dell'arte e le culture delle reti.
Oltre allo studio dei nuovi linguaggi e a una riflessione generale 
sull'estetica dei nuovi media, uno dei principali scopi del progetto 
e' quello di fornire in lingua italiana (ed in futuro anche in lingua 
inglese) informazioni e documentazione del lavoro svolto dai 
principali soggetti che operano all'interno degli orizzonti specifici 
all'arte delle reti telematiche.
Analizzando tale settore il progetto si propone di partecipare a 
diffondere le culture ed i valori della liberta' dell'uguaglianza, 
della fratellanza, cosi' come la difesa del diritto individuale 
all'accesso ai saperi universali, alla comunicazione ed alla conoscenza.
Sito del centro UCAN e' Wikiartpedia (http://www.wikiartpedia.org) 
uno strumento aperto in lettura e scrittura, che documenta le 
ricerche del Centro. Wikiartpedia e' inoltre un progetto didattico 
rivolto a valorizzare il modello dell'open content come strumento 
educativo e formativo nel processo di apprendimento.
Il Centro UCAN realizza conferenze, seminari, laboratori, mostre, 
happening, eventi nazionali ed internazionali e pubblicazioni 
no-profit (libri, dvd e altri supporti multimediali) a carattere 
documentativo, storico e critico sul tema delle arti e le culture 
delle reti telematiche.





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Elenco degli insegnamenti:


Audiovisivi lineari
Computer art
Computer games
Computer graphics
Comunicazione multimediale
Culture digitali
Digital video
Diritto dell'informazione e della comunicazione digitale
Elementi di grafica editoriale
Elementi di produzione video
Elementi di storia della comunicazione sociale
Estetica
Estetica delle interfacce
Etica della comunicazione
Fenomenologia delle arti contemporanee
Fondamenti di informatica
Fotografia
Inglese per la comunicazione artistica
Installazioni multimediali
Interaction design
Linguaggi multimediali
Metodologia della progettazione
Metodologie di archiviazione e conservazione dell'arte digitale
Multimedialita' per i beni culturali
Net art
Organizzazione e produzione dell'arte mediale
Pedagogia e didattica dell'arte
Progettazione di software interattivi
Progettazione di spazi sonori
Progettazione multimediale
Realta' virtuali e paradigmi della complessita'
Regia per i video giochi
Restyling di siti web
Sceneggiatura per i video giochi
Sistemi interattivi
Sociologia della comunicazione
Software art
Sound design
Storia dell'arte contemporanea
Storia e teoria dei nuovi media
Tecniche audiovisive per il web
Tecniche di animazione digitale
Tecniche di documentazione audiovisiva
Tecniche e metodologie dei videogiochi
Tecniche grafiche speciali
Tecnologie dell'informatica
Tecnologie e applicazioni digitali
Tecniche di montaggio
Tecniche di ripresa
Tecnologie e applicazioni digitali
Teoria e analisi del cinema e dell'audiovisivo
Teoria e metodo dei mass media
Teorie e tecniche dell'interazione
Ultime tendenze nelle arti visive
Video editing
Videoinstallazione
Web design


---&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;&gt;
Elenco dei docenti:


Fabio Amerio
Stefano Bettini
Franco Berardi
Davide Bini
Enrico Bisenzi
Federico Bucalossi
Pier Luigi Capucci
Gaetano Cataldo
Marco Cesare
Mario Chiari
Matteo Chini
Massimo Cittadini
Valerio Deho'
Giorgio Giorgi
Ermanno Guarneri
Maurizio Lucchini
Federico Luci
Alessandro Ludovico
Mauro Lupone
Antonella Malfatti
Lucilla Meloni
Massimiliano Menconi
Gianfranco Pangrazio
Gilberto Pellizzola
Gianni Pozzi
Gabriele Perretta
Domenico Quaranta
Paolo Ranieri
Riccardo Rela
Jean Maria Veltri
Giancarlo Torri
Tommaso Tozzi
Giacomo Verde
Vittorio Zibordi






Per informazioni:

prof. Tommaso Tozzi
tommaso.tozzi&lt; at &gt;unifi.it

info e segreteria:
segreteria.studenti&lt; at &gt;accademiacarrara.it
http://www.accademiacarrara.it
Tel. 0585-71658







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    <dc:creator>Tommaso Tozzi</dc:creator>
    <dc:date>2008-09-05T06:52:55</dc:date>
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    <title>New Issue of Chto Delat Confiscated and Under Investigation</title>
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    <description>
29 08 08
New Issue of Chto Delat Confiscated and Under Investigation

http://transform.eipcp.net/correspondence/1220008997

On the evening of August 27, the new issue of the Russian  
art&amp;politics-newspaper Chto Delat (No. 19: What does it mean to  
lose?) was confiscated at a militia raid at the printers in Petersburg.





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+ http://www.rekombinant.org



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    <dc:creator>Matteo Pasquinelli</dc:creator>
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    <title>new issue of transversal web journal: the art of critique</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3011</link>
    <description>
the art of critique

What is critique? Following two influential essays by Michel Foucault  
and Judith Butler, the new edition of transversal examines the  
virulence of the "art of critique". In the contributions (which will  
be supplemented in the coming weeks by more texts by Alex Demirovic,  
Hakan Gürses, Patricia Purtschert, Karl Reitter und Ulf Wuggenig) the  
concepts of critique are debated that have been developed for  
centuries, for instance as a capacity for distinction, a critical  
attitude or a practical critical activity, as well as new forms and  
concepts of critique as embodied critique, counter-hegemonial  
intervention, resistance or exodus.
http://eipcp.net/transversal/0808
contents:

Alexander Bikbov / Dmitry Vilensky: On Practice and Critique
Marina Garcés: What Are We Capable Of? From Consciousness to  
Embodiment in Critical Thought Today
Maurizio Lazzarato: De la connaissance à la croyance, de la critique  
à la production de subjectivité
Isabell Lorey: Attempt to Think the Plebeian. Exodus and Constituting  
as Critique
Chantal Mouffe: Critique as Counter-Hegemonic Intervention
Gerald Raunig: What is Critique? Suspension and Recomposition in  
Textual and Social Machines
---
eipcp - european institute for progressive cultural policies
a-1060 vienna, gumpendorfer strasse 63b
a-4040 linz, harruckerstrasse 7
contact&lt; at &gt;eipcp.net
http://www.eipcp.net




-------------------------------------------[  RK  ]
+ http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
+ http://www.rekombinant.org



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    <dc:creator>Matteo Pasquinelli</dc:creator>
    <dc:date>2008-09-04T09:11:54</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3010">
    <title>campagna per legge popolare contro basi militari ha fatto centro: raggiunto numero di firme valide</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3010</link>
    <description>LA CAMPAGNA PER LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE SUI TRATTATI
INTERNAZIONALI, SULLE BASI E SERVITÙ MILITARI HA FATTO CENTRO:

RAGGIUNTO IL NUMERO DI FIRME VALIDE!

Il Servizio Testi Normativi del Parlamento, a cui lo scorso 7 agosto
abbiamo consegnato le firme, ci ha comunicato l'effettivo
raggiungimento del numero di firme valide: la Legge d'Iniziativa
Popolare sui trattati internazionali, sulle basi e servitù militari ha
ora tutti i crismi ed il diritto di essere discussa in Parlamento.

Grande è la soddisfazione tra le realtà che hanno costituito il
Comitato Promotore della Legge, tra le quali la Rete nazionale
Disarmiamoli!
Soddisfazione amplificata dal successo di una campagna gestita in una
delle fasi più difficili della storia della Repubblica, a cavallo di
elezioni generali che hanno cambiato profondamente lo scenario
parlamentare e politico del paese.

In questi mesi di disincanto, sbandamento ed apparente riflusso
centinaia di militanti - espressione di varie aree politico/culturali
interne al movimento nowar italiano - sono andati controcorrente,
proponendo in tutto il paese iniziative, dibattiti, conferenze e
banchetti su uno dei temi principali della lotta contro la guerra: il
NO alla presenza di oltre 140 basi militari U.S.A. e N.A.T.O. sui
nostri territori.
L'importanza strategica per i "signori della guerra" statunitensi ed
europei di queste basi insediate in Italia è quotidianamente sotto gli
occhi di tutti, come dimostrato dall'ultima guerra in Georgia: mentre
Berlusconi nella vicenda caucasica si atteggia a ruolo di "mediatore"(
a probabile protezione di personalissimi affari di famiglia ), le
truppe georgiane sono rifornite d'armi e tecnologia militare da navi a
stelle e strisce caricate nella base U.S.A. di camp Darby.
Così gli accordi per il cosiddetto "scudo antimissilistico", siglati
tra lo Stato italiano (per "merito" dell'ex esecutivo di centro
sinistra) e quello statunitense inseriscono il nostro paese nella
prima linea di un conflitto potenzialmente ben più grave di tutti
quelli scoppiati recentemente.

Il Movimento contro la guerra nel nostro paese, in una fase molto
difficile, ha mantenuto saldamente la rotta del "No alla guerra senza
se e senza ma", dimostrando nello stesso tempo un'alta capacità di
progettazione, attraverso proposte in grado di liberare l'Italia
dall'infernale meccanismo bellico nel quale è attanagliata.
La Legge d'iniziativa popolare su trattati internazionali, basi e
servitù militari da sola non potrà, ovviamente, bloccare il terribile
processo di militarizzazione dei territori e dei cieli in atto, ma si
è trasformata oggi in una articolata proposta, a disposizione di
tutti.

La Petizione Popolare contro lo scudo antimissilistico, proposta dalla
Rete nazionale Disarmiamoli! nei giorni immediatamente successivi alla
firma da parte del Sottosegretario Forcieri (governo Prodi) di un
accordo capestro, che lega l'Italia all'avventurismo statunitense,
tornerà ad essere un valido strumento di lotta nella nuova fase di
conflitto in Europa centro orientale.

Leggi, Petizioni, campagne di massa. Strumenti utili a mantenere viva
la mobilitazione contro un mezzo oramai centrale nell'attuale
conflitto tra Stati per il predominio dei mercati: LA GUERRA.

La vittoria di oggi, attraverso la quale il Movimento contro la guerra
ha uno strumento di battaglia politica in più, rende tutti un pò più
forti per affrontare le mobilitazioni dei prossimi mesi.

Rete nazionale Disarmiamoli!
www.disarmiamoli.org info&lt; at &gt;disarmiamoli.org



-------------------------------------------[  RK  ]
+ http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
+ http://www.rekombinant.org



</description>
    <dc:creator>Roberto Vignoli</dc:creator>
    <dc:date>2008-09-03T16:38:15</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3009">
    <title>Festival No Dal Molin: venite a vedere se ci siamo arresi</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3009</link>
    <description>Torna il Festival No Dal Molin: dal 3 al 14 settembre, nei campi di via 
Madre Teresa di Calcutta, a Caldogno, la seconda edizione.

Ci sarà la musica; ci saranno i dibattiti; e ci saranno la cucina e la 
pizzeria, con piatti ghiotti e pizze speciali. Ma la seconda edizione 
del Festival No Dal Molin sarà soprattutto un momento di mobilitazione. 
Una manifestazione di 10 giorni per prepararsi alla consultazione 
popolare, ma soprattutto per ribadire che, nonostante l'arroganza del 
Governo e la sentenza del Consiglio di Stato, siamo ancora qui, ben 
determinati a tenere aperta quella porta che, in tanti, vorrebbero 
sbatterci in faccia.

La seconda edizione del Festival arriva in un momento delicato; alle 
spalle la sentenza con cui il Consiglio di Stato ha stracciato i diritti 
dei cittadini e la sospensiva del Tar del Veneto, dichiarando tra 
l'altro che l'impatto ambientale, anche se non è stata fatta alcuna 
valutazione tecnica, non deve destare preoccupazione. All'orizzonte la 
consultazione popolare del 5 ottobre, quando la popolazione vicentina 
sarà chiamata ad esprimere la propria opinione sul futuro del Dal Molin; 
una consultazione che rischia di essere calpestata a priori dalle ruspe 
della CMC le quali, bardate con le bandiere a stelle e strisce, si 
preparano ad entrare con arroganza nel territorio che tanti vicentini 
vorrebbero trasformare in un parco.

Il Festival, dunque, non può che essere un momento di mobilitazione. 
Perché la consultazione popolare va difesa e riempita di significato 
contro chi vorrebbe renderla marginale e ininfluente rispetto ai 
progetti a stelle e strisce; perché la città ha diritto ad esprimersi, 
ma anche a difendersi da chi le vuole imporre, con le buone o con le 
cattive, un'installazione militare devastante e pericolosa.

Dal 3 al 14 settembre difendiamo Vicenza, il suo territorio ed i diritti 
dei suoi cittadini. Non puoi mancare

A breve sarà pubblicato il programma con tutti gli eventi
Nel frattempo, si preparano le liste dei volontari che dovranno montare 
le strutture e garantire il funzionamento del Festival. Per dare la 
propria disponibilità scrivere a festival&lt; at &gt;nodalmolin.it



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    <dc:creator>Roberto Vignoli</dc:creator>
    <dc:date>2008-09-01T11:01:54</dc:date>
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    <title>Re: Posse: on-line il nuovo numero</title>
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    <description>Festival No Dal Molin: i dibattiti

Padre Giuseppe Stoppiglia, Antonio Negri, Don Gallo, Roberto Di Caro, Marco Travaglio, Oliviero Beha e tanti altri.

Il Festival No Dal Molin è un momento di mobilitazione, uno spazio attraversato da concerti e spettacoli, ma anche un momento di approfondimento e confronto. Tanti i dibattiti proposti, legati al tema del No Dal Molin, della difesa del territorio, del rispetto della democrazia. Un programma polifonico, perché tante sono le voci che attraversano questo movimento.

Si inizia Venerdì 5 settembre, alle 18.00, con un dibattito dal titolo Il nuovo ordine mondiale: è questo l'unico mondo possibile?. Una riflessione a più voci sul presente, sulle contraddizioni e le tragedie provocate da un sistema globale onnivoro e distruttivo, e sulle prospettive di riscatto e liberazione dell'umanità. La discussione, moderata da Olol Jackson, vedrà gli interventi di Antonio Negri e padre Giuseppe Stoppiglia (presidente dell'Associazione Macondo).

Il 6 settembre, ore 18.00, sarà la volta del mondo dell'informazione: Il quarto potere: informazione o disinformazione?, una tavola rotonda a cui sono stati invitati i Direttori dei media locali. Domenica 7 settembre, invece, al Festival avrà luogo un ripasso sulle conseguenze e sugli aspetti tecnici del progetto statunitense; Gugliemo Vernau, Cinzia Bottene, Olol Jackson e Roberto Di Caro (giornalista de L'Espresso) interverranno al dibattito Te lo do io l'allargamento della base... Atto II. Tutto quello che avreste voluto sapere e nessuno vi ha mai detto. L'appuntamento è per le ore 16.00.

Lunedì 8 settembre, ore 16.00, S. Messa al Festival; a celebrarla don Gallo che, a seguire, sarà protagonista di un incontro pubblico con don Dario Vivian e don Antonio Uderzo. Martedì 9 settembre, alle 17.30, verrà proiettato il video Chi coop sei? che aprirà il dibattito Valori etici e ragioni di mercato: si può trarre profitto dalla guerra? Le coop rosse e la costruzione della base al Dal Molin; ad animarlo Mattia Granata (ricercatore Università di Milano) e Giancarlo Marchesini.

L'11 settembre saranno ospiti del popolo delle pentole Marco Travaglio e Oliviero Beha che interverranno alle 18.00 al dibattito Italia repubblica delle banane?. Il 12 settembre, invece, protagonisti saranno i giuristi con il dibattito Chi decide? Democrazia e diritto nel caso Dal Molin: ad intervenire Lorenza Carlassare (docente di Diritto costituzionale, Università di Padova) e Laura Forlati Picchio (vice presidente della Fondazione Venezia per la ricerca sulla Pace e docente di Diritto Internazionale, Università di Padova).

Due dibattiti per la giornata conclusiva, il 14 settembre. Alle 11.00 l'incontro Guerra è salute? promosso dai professionisti della salute contro il Dal Molin; a prendere la parola sarà Gianni Rognoni (Direttore Consorzio Mario Negri Sud, membro dell'Osservatorio italiano sulla Salute Globale). Alle 18.00 si terrà il dibattito organizzato dal Gruppo Donne del Presidio Permanente dal titolo Praticare la politica: il pensiero dell'esperienza; interverranno Annarosa Buttarelli, Luisa Muraro e Silvia Marastoni (Libreria delle Donne di Milano).

Come avvenuto l'anno passato, il Festival No Dal Molin potrebbe riservare sorprese dell'ultimo minuto.


Presidio Permanente, Vicenza, 1 settembre 2008

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Festival No Dal Molin: le mobilitazioni

«La tre giorni di protesta svoltasi a conclusione di un presidio-campeggio pacifista può diventare l'ultima manifestazione di un dissenso sostenuto anche localmente»: a scriverlo era il commissario Paolo Costa all'allora Ministro Parisi; ad un anno di distanza, torna il Festival No Dal Molin, e le giornate di protesta si moltiplicano.

Un programma ricco di iniziative, che dimostra la forza e il radicamento del movimento vicentino. A Paolo Costa, i No Dal Molin lanciano un messaggio chiaro: «entro il 13 settembre vogliamo vedere scritto nero su bianco che la città sarà rispettata e nessun lavoro inizierà prima della consultazione popolare».

Proprio il commissario sarà oggetto di una manifestazione, il 4 settembre, quando i No Dal Molin si recheranno alla Mostra del Cinema di Venezia per consegnargli un premio speciale: «l'Attila d'oro, destinato a colui che, con determinazione, si impegna nella devastazione dei territori». Già il giorno prima, però, i No Dal Molin sfileranno in corteo dal Presidio Permanente all'area del Festival, con tanto di fanfara, bandiere e gonfaloni in testa: sarà l'inaugurazione ufficiale della mobilitazione vicentina.

Il sei settembre si svolgerà la prima iniziativa nell'area del Dal Molin, dove saranno realizzate delle strutture utili al controllo del territorio e alla verifica degli ingressi dell'aeroporto. «Alla luce dell'assenza di trasparenza che circonda la vicenda  ha sottolineato Francesco Pavin , realizzeremo dei punti di osservazione e vigilanza dai quali verificare cosa avviene nell'aeroporto».

Il 7 e il 12 settembre al centro dell'attenzione sarà Site Pluto, a Longare, che fu un noto deposito di mine atomiche. Il 7 i No Dal Molin parteciperanno all'iniziativa del Gruppo Presenza di Longare, mentre il 12 insceneranno una manifestazione comunicativa per richiamare l'attenzione sui pericoli di una struttura avvolta nel mistero.

Il Ministro Bondi, ospite del Teatro Olimpico il 10 settembre, potrà godere della stessa accoglienza ricevuta dal suo omologo Rutelli un anno fa, mentre l? settembre verrà realizzata un'installazione comunicativa presso la Festa degli Oto per ricordare tutte le vittime civili delle guerre.

Le mobilitazioni si chiuderanno il 13 settembre, quando un corteo partirà dal centro cittadino per raggiungere il Dal Molin e svolgere un sopralluogo: «vogliamo assicurarci  hanno promesso i presidianti  che nessun lavoro sia iniziato».

Presidio Permanente, Vicenza, 31 agosto 2008

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Festival No Dal Molin: gli spettacoli

Fo, Zanco, Carlotto, Balasso, Assalti Frontali, Carotone, La Famiglia Rossi Cisco e tanti altri.

La seconda edizione del Festival No Dal Molin è ormai alle porte: spettacoli teatrali, concerti, presentazioni di video scandiranno i dieci giorni di mobilitazione del popolo delle pentole. Il tutto accompagnato dall'ottima cucina e dalla pizzeria che i vicentini hanno apprezzato l'anno passato.

Il tre settembre, alle 18.00, l'inaugurazione ufficiale, con tanto di fanfara che partirà del Presidio e taglio del nastro nei campi di Via Madre Teresa di Calcutta, a Rettorgole. Ospite d'eccezione per l'inaugurazione sarà Dario Fo che, accompagnato da Franca Rame, interpreterà lo spettacolo Storie della zebra e della tigre. Alle 22.30 la proiezione del video La ragione dei vinti del regista Cesare Semovigo.

Ampio spazio per il teatro e gli spettacoli: venerdì 5 ottobre la Fattoria Artistica Antersass si esibirà nella performance Il triste Palladio Fumante mentre Ricky Gianco inscenerà Precipito precipito! con la partecipazione straordinaria di Massimo Carlotto. Il 7 settembre andrà in scena Sogno postomoder(noo) a cura della compagnia H2O non potabile, mentre il 9 settembre Wu Ming interpreterà Pontiac: storia di una rivolta tratto dal libro Manituana. Anche quest'anno, il 10 settembre, sarà presente Patricia Zanco; sabato 13, l'ultimo spettacolo con la partecipazione eccezionale di Natalino Balasso.

Tanti anche i gruppi musicali che hanno risposto all'appello dei No Dal Molin; si inizia il 4 settembre con i concerti di Marcho's e Zen Circus.
Il 6 settembre si esibirà La Famiglia Rossi, il giorno successivo Kikko e Intrigo e i Franziska.
L? settembre è la volta del folk Usa, con Mat Callahan e Yvonne MooreMat Callahan e Yvonne Moore;

il 10 settembre suonerà Sara Schuster mentre l? settembre saranno di nuovo ospiti gli Assalti Frontali.

Venerdì 12 settembre si esibiranno i Polveriera Nobel, provenienti dalla Val di Susa, valle in lotta come Vicenza.

Sabato 13, alle 22.30 sarà la volta di Cisco, mentre la chiusura del Festival,
domenica 14 settembre, sarà affidata a Tonino Carotone accompagnato dagli Arpioni.

Durante il Festival, anche una serata dedicata alla sagra, con il ballo liscio e l'Orchestra Vecchi Tempi a scandire le note, mentre le domeniche pomeriggio saranno dedicate ai bambini, con l'animazione di ArciRagazzi.

Come l'anno scorso, potrebbero non mancare sorprese e partecipazioni straordinarie. Nei prossimi giorni sarà diffuso il programma dei dibattiti.


Presidio Permanente, Vicenza, 30 agosto 2008


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    <dc:date>2008-09-02T08:59:44</dc:date>
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    <title>il debito</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3007</link>
    <description>Sull'Herald del 2 agosto un articolo di David Brooks intitolato "Missing 
Dean Acheson".
Sottotitolo: "Il nostro nuovo mondo pluralistico ha dato origine a una 
globosclerosi, incapacità di risolvere un problema dopo l'altro."
Il tema è quello della impossibilità di decidere. Brooks ricorda con 
nostalgia i bei tempi in cui il gruppo dirigente americano prendeva 
decisioni sulla base dei suoi interessi e li imponeva senza tante storie, 
con le buone o con le cattive (generalmente con le cattive) a tutto il 
mondo dominato.
A partire dagli anni '40 il potere è stato fortemente concentrato nelle 
mani della classe dirigente occidentale, ma oggi il potere è disperso.
"La dispersione dovrebbe in teoria essere una buona cosa, scrive Brooks, ma 
in pratica multipolarità significa potere di veto sull'azione collettiva. 
In pratica questo nuovo mondo pluralistico ha dato origine alla 
globosclerosi, incapacità di risolvere un problema dopo l'altro."
Poi il caro David viene al punto che più lo addolora:
"Questa settimana per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un 
tentativo di liberalizzare il mercato globale è fallito. Il Doha round ha 
subito un collasso perché il governo indiano non voleva offendere i piccoli 
cntadini in previsione delle prossime elezioni."
A David Brooks dei piccoli contadini indiani non gliene può fregare di 
meno. Il suo problema è la fine della capacità di decisione economica da 
parte delle grandi potenze occidentali.
In effetti, nel corso dell'estate 2008 abbiamo avuto tre segnali 
impressionanti della fine della decisione politica, della fine del 
globalismo e della fine dell'egemonia occidentale. Il G8, il WTO, ed infine 
la NATO sono entrati in una sorta di paralisi.

All'inizio di luglio c'è stato il summit G8 di Hokkaido. Posti di fronte 
alla necessità di decidere qualcosa a proposito di processi che avanzano 
con velocità impressionante e distruggono il futuro del pianeta e 
dell'umanità (cambiamento climatico, crisi alimentare, crisi finanziaria) i 
capi delle potenze mondiali hanno fatto come suol dirsi scena muta.
Dovevano decidere qualcosa sul cambiamento climatico. La risoluzione finale 
relativa al cambiamento climatico dichiara semplicemente che nel 2050 le 
emissioni inquinanti saranno la metà di quelle attuali. Questo è quello che 
hanno stabilito i "Grandi". Come accadrà questo dimezzamento? Nessuno lo 
sa, nessuno lo ha detto. Ma tanto chi se ne frega, nel 2050 saremo tutti 
morti (probabilmente a causa del cambiamento climatico) quindi nessuno 
potrà recriminare.

Alla fine del mese di luglio c'è stato l'incontro di Ginevra del Doha Round 
del World trade organisation, dove è definitivamente fallito l'accordo 
sulla liberalizzazione del commercio internazionale - che per gli 
occidentali significa libertà di penetrazione nei mercati altrui e difesa 
protezionistica dei mercati propri.
Il WTO, l'organismo contro cui ci battemmo a Seattle nel 1999, quando il 
movimento no-global venne alla luce del sole, sembra defunto,  non certo 
per la forza dei movimenti di contestazione, ma a causa dell'emergere di 
contrasti d'interesse inconciliabili, per il rifiuto che le nuove potenze 
economiche oppongono al globalismo a senso unico occidentale.

Poi c'è stata la guerra in Georgia. La lunga onda dell'89 è finita, ora 
rifluisce.
La Nato non ha potuto difendere in nessuna maniera il suo alleato 
georgiano, dimostrando che la presidenza Bush ha portato il sistema 
militare americano all'impotenza.
E l'Unione europea si trova ormai spaccata in due: da una parte coloro che 
per timore dell'aggressività russa vogliono puntare le armi contro Mosca, e 
dall'altra coloro che per timore della potenza energetica russa vorrebbero 
trovare un compromesso.

Sullo sfondo, mentre i vertici globali falliscono uno dopo l'altro, la 
guerra euroasiatica tende a saldarsi in un fronte variegato nel quale 
l'occidente perde tutte le battaglie.
La battaglia iraqena è ormai perduta da anni, la battaglia afghana sta 
diventando un inferno.
La battaglia iraniana volge a favore dell'oltranzismo nazional-islamista di 
Ahmadinejad e Khamenei, e la bomba sciita si delinea all'orizzonte 
mediorientale come una minaccia sempre meno immaginaria.
La battaglia libanese diventa ogni giorno più pericolosa per Israele, con 
il saldarsi di un fronte Siria-Hezbollah.
E per finire, più spaventosa di tutte, la battaglia pakistana sta 
rivelandosi un rovescio per gli americani. Il generale protetto dalla Casa 
Bianca deve andarsene, e Ahmad Gul, l'uomo forte dell'esercito, dichiara 
che il principale nemico del paese sono gli Stati Uniti d'America (e 
l'India dove la mettiamo?). Ah... dimenticavo: Kim Iong Il ha appena 
comunicato che la Corea del Nord riprende la produzione della bomba 
nonostante i mezzi accordi otenuti dall'amministrazione Bush qualche emse fa.
Il clan Bush è riuscito in un capolavoro impensabile: la più grande potenza 
del mondo si è messa progressivamente in condizione di minorità militare e 
di paralisi politica. Com'è potuto accadere?

Occorre una nuova descrizione del mondo. Quelle di cui disponiamo non 
valgono più.
Fino al 1989 disponevamo di una descrizione del mondo che si era formata 
nel secondo dopoguerra, e delineava il futuro sulla base dell'opposizione 
tra capitalismo e socialismo.
Nel 1989 quella descrizione bipolare venne sostituita con una descrizione 
unipolare, fondata sull'egemonia della NATO e sul predominio di un nuovo 
modello di espansione capitalista.
Per un ventennio l'egemonia militare ha messo l'occidente in una posizione 
di predominio, che permetteva alla popolazione americana di indebitarsi 
illimitatamente, di mantenere un tenore di vita largamente superiore alla 
forza produttiva americana, e di consumare le risorse senza alcuna 
considerazione per il futuro del pianeta né per la sopravvivenza della 
specie umana.
L'undici settembre del 2001, con un'azione di eccezionale efficacia 
strategica, qualcuno (poco mi importa qui sapere chi) ha spinto la più 
grande potenza militare di tutti i tempi a compiere una serie di azioni 
completamente insensate, autodistruttive, di cui sette anni dopo, si 
misurano a pieno gli effetti. Dopo 911 il presidente degli Stati Uniti, che 
qualche mese prima non conosceva il nome del presidente golpista del 
Pakistan, decideva di lanciare una guerra poi un'altra guerra, senza 
considerarne le implicazioni geopolitiche, culturali, religiose, militari.
Io non so se questo sia dovuto all'ignoranza sbalorditiva del gruppo 
dirigente americano, o al cinismo di gruppi economici come la Halliburton 
la Bechtel la Texaco ecc che hanno considerato più importante il loro 
interesse economico immediato che la disfatta strategica del loro paese 
(non lo so nè qui mi interessa, per quanto si tratti di una questione 
appassionante). Mi limito a constatare l'evidenza: le guerre euroasiatiche 
scatenate dagli anglo-americani si sono risolte in una successione di 
sconfitte strategiche irrimediabili. L'egemonia militare dell'occidente è 
finita. Per sempre, credo.

Ma la sconfitta militare sta provocando una crisi di credibilità che ha 
risvolti finanziari ed economici. Il popolo americano ha potuto 
appropriarsi delle ricchezze del pianeta grazie all'(apparente) superiorità 
militare della NATO. Ora, dopo la disfatta strategica dell'occidente nel 
continente euroasiatico, il gioco è scoperto. L'occidente non dispone più 
della sua forza di ricatto.
Ora il pianeta gli presenta il conto.  Temo che sarà salato.
Non si può più contare sul debito illimitato.
Il 15 agosto è uscito sulla Repubblica un articolo di Nouriel Roubini, 
professore alla Stern school della New York University. Titolo: "La 
tempesta perfetta".
Il quadro che descrive Roubini è quello di una recessione generalizzata, 
profonda, e di lungo periodo. Questo non è così grave, di recessioni ne 
abbiamo viste tante nel corso del novecento, prima o poi se ne esce.
Il problema è che stavolta la recessione coincide con la fine del 
predominio occidentale sul pianeta.
L'occidente può accettare un ridimensionamento, che significa prima di 
tutto una riduzione del consumo energetico, e del consumo in generale?
Gli americani accetteranno di rinunciare al privilegio economico e 
finanziario di cui hanno goduto negli ultimi venti anni? Saranno capaci di 
farlo?
Dopo il crollo del sistema di credito immobiliare, si sta aprendo il 
problema delle carte di credito. Dopo la bolla dei mutui sulla casa, è sul 
punto di esplodere anche la bolla dell'indebitamento privato .  Mi pare che 
qui ci sia un nucleo essenziale della crisi finanziaria che si sta 
trasformando in recessione di lungo periodo: la fine della possibilità di 
indebitarsi indefinitamente puntando una rivoltella alla tempia del creditore.
Ora il creditore ha scoperto che la rivoltella è scarica.
  Accetterà l'occidente, accetterà il popolo americano di pagare il suo debito?
Il debito. Ciò che dobbiamo agli altri.
Oppure sceglierà di usare l'arma estrema, la violenza impensabile, per 
riaffermare il proprio diritto di depredare il futuro di tutti?
Il pericolo che si delinea all'orizzonte è senza precedenti.
Non è vero che sia tornata la guerra fredda. Magari.
La Guerra fredda era fredda perché gli americani non avevano l'acqua alla 
gola e perché l'Unione sovietica era un sistema totalitario, ma il gruppo 
dirigente del PCUS aveva una logica politica diversa da quella della mafia 
e del KGB coalizzati.













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    <dc:date>2008-08-27T15:44:29</dc:date>
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    <title>Brancaccio e Marconi su Alexandra Kollontaj</title>
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Il manifesto, mercoledì 27 agosto 2008

 
Recensione ad Alexandra Kollontaj, Largo all’eros alato, 
a cura di Luigi Cavallaro , Il Melangolo, pp. 77, euro 9.

 

L’AMORE AI TEMPI DELLA RIVOLUZIONE

 

di Emiliano Brancaccio e Daniela Marconi

 

La Rivoluzione d’Ottobre non si limitò a aprire la strada a un gigantesco
stravolgimento nei rapporti di proprietà e di potere, in Russia e nel mondo,
ma offrì anche alla gioventù sovietica una straordinaria occasione per
sperimentare nuove concezioni della sessualità e degli affetti. La
ripubblicazione di un “incendiario” libretto dell’epoca, Largo all’Eros
alato di Alexandra Kollontaj (il melangolo, 9 euro), consente di rivivere quei
momenti eccezionali e offre qualche utile spunto di riflessione per l’oggi,
sugli attuali conflitti familiari e tra i generi. Prima donna entrata a far
parte del governo dei Soviet, prima ambasciatrice, Kollontaj pubblicò questo
suo pamphlet nel 1923 e lo dedicò alla gioventù proletaria della neonata
repubblica socialista. Il suo obiettivo, dichiaratamente marxista, era quello
di mostrare al lettore che anche l’amore ha una sua ineluttabile dinamica,
una sua storicità. Al mutare dei rapporti sociali, infatti, vengono stravolte
anche le  espressioni ammissibili delle pulsioni e dei sentimenti.
«L’umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato le norme
per determinare come e quando l’amore doveva considerarsi legittimo e quando
invece doveva considerarsi colpevole, criminale - cioè in conflitto con gli
obiettivi posti dalla società». La distinzione tra l’amore legittimo e
quello illecito si determina, secondo Kollontaj, in virtù degli interessi
sociali prevalenti. Nelle antiche  tribù, per esempio,  era estremamente
importante trovare  legami morali per unire saldamente i componenti maschi di
una collettività sociale ancora debole. Il sentimento da glorificare era
quindi l’amore-amicizia, la fedeltà all’amico fino alla morte, e non certo
l’amore tra i sessi. In epoca feudale, invece,  trovò piena legittimazione
l’amore platonico del cavaliere per una dama inaccessibile, un amore che
rendendolo capace di imprese belliche durissime si sarebbe rivelato
fondamentale per la salvaguardia del feudo. Infine, con l’avvento della
società borghese, dimensione carnale e spirituale arrivarono finalmente a
riunirsi, ma esclusivamente sotto l’identificazione dell’amore con il
matrimonio. Il nuovo ideale amoroso  diventò quello della coppia sposata,
chiusa contro il mondo esterno, che si faceva custode del capitale accumulato e
si sintonizzava in pieno con l’individualismo e la concorrenza tipici della
borghesia. E l’adulterio e la prostituzione, sotterraneamente tollerati,
avrebbero rappresentato il lato oscuro, ipocrita e contraddittorio, del mondo
borghese. Con l'avvento della rivoluzione bolscevica, poi, vennero posti nuovi
interrogativi: quale avrebbe dovuto la concezione dell'amore  tipica della
società socialista? Stupefacente fu la risposta di Kollontaj: occorreva un
amore “da compagni”, non più esclusivo, liberato dai vincoli del
matrimonio borghese, un amore che proprio per il suo carattere diffuso e
multiforme avrebbe contribuito al rafforzamento dei sentimenti di solidarietà
collettiva e di coesione sociale: «l’amore-solidarietà ­- scrive Kollontaj
­- avrà un ruolo motore analogo a quello della concorrenza e dell’amor
proprio nella società borghese».

Le cose tuttavia non andarono come Kollontaj aveva auspicato. All’indomani
della rivoluzione le nuove norme sul divorzio, sulle unioni di fatto, sulla
parificazione dei figli nati fuori dal matrimonio, sulla soppressione della
potestà maritale e sull’aborto avevano suscitato grandi speranze di
emancipazione sociale e di liberazione femminile. Ma dopo pochi anni la
repubblica sovietica tornò sui propri passi, arrivando sotto Stalin a
ripristinare gli antichi precetti: dal divieto di aborto, alla
criminalizzazione della libertà dei costumi, alla centralità della famiglia
tradizionale. Come spiegare un simile regresso? Luigi Cavallaro , nella sua
bella nota introduttiva al libro, ribalta i nessi causali e offre una prima
traccia per provare a rispondere. La sua idea è che, ieri come oggi,
l’estensione dei diritti civili e le relative attese di emancipazione dei
costumi non possono concretizzarsi se non vengono affiancate da un
contemporaneo accrescimento dei diritti sociali, e soprattutto da una politica
di socializzazione del lavoro di riproduzione e di cura. I bolscevichi non
riuscirono a tenere assieme i due processi di trasformazione, civile e sociale.
Così la donna venne ben presto ricacciata nel focolare domestico, e la
rivoluzione sessuale e degli affetti invocata da Alexandra fu relegata al rango
di improponibile utopia. Allo stesso modo, per chi oggi soprattutto a sinistra
ha la pretesa di abbandonare il terreno delle battaglie sociali per sostituirle
con delle vaghe istanze liberali di emancipazione civile e sessuale, vale la
lezione materialista di Kollontaj: «soltanto un buon numero di riforme
radicali nella sfera dei rapporti sociali – riforme che trasferirebbero
taluni doveri dalla famiglia alla società e allo stato – potrebbe creare un
nuovo assetto in cui sarebbe realizzabile, entro certi limiti, il principio del
libero amore».

  Emiliano Brancaccio e Daniela Marconi


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    <dc:creator>valentina.joplins84&lt; at &gt;yahoo.it</dc:creator>
    <dc:date>2008-08-27T13:36:14</dc:date>
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  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3005">
    <title>Turbulence 'Who can save us from the future?'</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3005</link>
    <description>Turbulence: Ideas for movement No. 4: 'Who can save us from the future?'

Today, the very act of thinking about the future has become a problem. What 
both capitalism and 'really existing socialism' had in common was the 
belief in a future where infinite happiness would spring from the infinite 
expansion of production: sacrifices made in the present could always be 
justified in terms of a brighter future. And now? The socialist future has 
been dead since the fall of the Berlin wall. After that we seemed to live 
in a world where only the capitalist future existed (even when it was under 
attack). But now this future, too, is having its obituaries composed, and 
impending doom is the talk of the town. The 'crisis of the future' that is, 
of our capacity to think about the future is born out of these twin deaths: 
today it is easier to imagine the end of the world than the end of capitalism.

With this in mind we've assembled a collection of articles that, in 
different ways, speak to us about futures. As much as we didn't want 
people's ten-point programmes when, in June 2007 we asked 'What would it 
mean to win?', our interest here has nothing to do with futurology. There 
are no grand predictions. No imminent victory, because comfort-zone wishful 
thinking is the last thing anyone needs now; but no apocalyptic doom 
either. Neither are there any forward-view mirrors where capitalism 
recuperates everything and always gets the last laugh. We must have the 
modesty to recognise that the future is unknown, not because today is the 
end of everything or the beginning of everything else, but because today is 
where we are. What we do, what is done to us, and what we do with what is 
done to us, are what decide the way the dice will go. This requires the 
patient and attentive work of identifying openings, directions, tendencies, 
potentials, possibilities all of which are things that amount to nothing if 
not acted upon and of finding out new ways in which to think about the future.

CONTENTS

1)     'Introduction: Present Tense, Future Conditional' by Turbulence

2)     '1968 and Paths to New Worlds' by John Holloway

3)     'The Politics of Starvation: From Ancient Egypt to the Present' by 
George Caffentzis

4)     '6 Impossible Things Before Breakfast: Antagonism, Neoliberalism and 
Movements' by The Free Association

5)     'Global Capitalism: Futures and Options' by Christian Frings

6)     'The Measure of a &lt;http://www.monster.com/&gt;Monster: Capital, Class, 
Competition and Finance' by David Harvie

7)     'The Abolition of the Parliamentary Left in Italy' by Sandro 
Mezzadra, with an Introduction by Keir Milburn and Ben Trott

8)     'There is No Room for Futurology; History Will Decide' by Felix 
Guattari, with an Introduction by Rodrigo Nunes and Ben Trott

9)     'This is Not My First Apocalypse' by Fabian Frenzel and Octavia Raitt

10)   'The Movement is Dead, Long Live the Movement!' by Tadzio Mueller

11)  'Network Politics for the 21st Century' by Harry Halpin and Kay Summer

Art work by Octavia Raitt. Cover design, Kristyna Baczynski.

Copies can be ordered from &lt;http://www.turbulence.org.uk&gt;www.turbulence.org.uk

In Germany, copies are available via Red Stuff 
&lt;http://www.antifa-versand.de&gt;www.antifa-versand.de

And in North America, copies are available via PM Press 
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All articles are also available, for free, via our website.

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    <title>[Fwd] O fim da Antropologia</title>
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From: Thiago Novaes &lt;tnovaes&lt; at &gt;gmail.com&gt;
To: Thiago Mídia &lt;thiagomidia&lt; at &gt;gmail.com&gt;
Subject: O fim da Antropologia

Lettera  aperta   per  la  Facoltà  di   Scienze  della  Comunicazione
dell'Università "La Sapienza" di Roma (testo italiano sotto)

Massimo Canevacci



As novas opções didáticas da Faculdade de Comunicação "La Sapienza" me
impõem tornar públicas algumas perplexidades, posto que, face à
indubitável crise do sistema trienal, decidiu-se reestruturar a grade
de estudos segundo uma visão de comunicação restaurativa, esmagando a
existente. Desta forma, a ciência da comunicação corre o risco de se
reduzir a uma preparação profissional voltada para o jornalismo;
conexões experimentais e trans-disciplinares que emergem na
comunicação digital (estendidas para o design, arquitetura,
publicidade, performance, música, moda, arte, etc.) são muitas vezes
mal compreendidas, "descontroladas" ou neutralizadas na "técnica",
sendo ignoradas, por conseguinte, aquelas pesquisas que tentam
modificar os paradigmas expositivos, as composições expressivas, as
narrativas multisequenciais.



Esta tendência em encerrar a comunicação dentro de um jornalismo
asfixiado em apologia à mídia empobrece a Faculdade, transforma os
professores em funcionários da "indústria cultural", treina os alunos
para a renúncia da inovação e para o consentimento disciplinado, fecha
aos novos profissionais visões, estilos, linguagens, estando
indiferente para as perspectivas que, em universidades no exterior, já
há algum tempo são aplicadas nesta área (veja o papel da antropologia
no Estudos da Mídia – como MIT, Universidade Humboldt, Escola de
Comunicação e Arte). Tudo isso ameaça configurar-se em um
provincianismo disciplinar, endogamia dos meios de comunicação social,
desconfiando do que é emergente, subtraindo o potencial digital.



A matéria que ensinei por mais de 20 anos - Antropologia Cultural,
matéria fundamental para os estudantes do primeiro ano - foi
eliminada, tanto em Roma, na Itália, como em outros lugares, quando
seria necessário multiplicar a investigação com esta orientação, para
contrastar às perigosas ondas racistas, os fechamentos locais,
*decisionismi verticistici*, *grettezze* dos meios de comunicação
social. Preferiu-se, ao contrário, incidir sobre os temas "clássicos"
(direito e história), eliminando a primeira das três principais
disciplinas das ciências sociais (antropologia, sociologia,
psicologia). O professor que a ensinava vem do "exílio" durante o
terceiro ano do curso de Cooperação e Desenvolvimento, para uma
matéria chamada Comunicação Intercultural. Já no título do curso se
exprime a continuidade de uma dominação neo-colonial no Ocidente
contra um outro mundo: que a "cooperação" esteja focada em fornecer
ajuda econômica aos licenciados e aos respectivos países onde residem,
antes que ao "outro" deveria ser óbvio; e sobre a crítica do conceito
de "desenvolvimento" foram escritas tantas redações antes e depois de
'68 que é aborrecedor apenas ter de lembrar isso. Depois que se cria
uma matéria como Comunicação Intercultural, que já no nome reforça o
enclausuramento identitário e cultural, a regressão científica e
educacional, infelizmente, parece ser compatível com as políticas da
"liga romana" adaptada ao clima predominante, onde um pegajoso
catolicismo tenta controlar governos e oposições, universidades,
faculdades, professores.



As referências nas quais minha cadeira está inspirada estão
localizadas, entre outras, na veia antropológica inaugurada por
Gregory Bateson: que, a partir de sua investigação pioneira em Bali,
permitiu-lhe elaborar uma dupla ligação, um conceito entre os mais
extraordinários, aplicável tanto à comunicação "normalmente"
psico-patológica quanto aos nascentes meios de comunicação social;
culminando em sua colaboração com a Wiener em suas primeiras pesquisas
sobre cibernética. Ao invés de se envolver com santos e *madonne*,
procissões e provérbios - temas muitas vezes exclusivos para nosso
ensino - a investigação antropológica de Bateson se inseria nos fluxos
comerciais já na época da emergência da comunicação, da tecnologia, da
alteridade.



Por último, esta carta não reivindica nada pessoal (vou me aposentar a
partir do próximo ano e, em seguida, deixar esta Faculdade). Ela
exprime um posicionamento político-cultural que identifica, na
crescente crise aparentemente irreversível da Faculdade de Ciência da
Comunicação, uma questão sobre a qual se endereça à reflexão crítica,
de interesse dos professores, estudantes, trabalhadores: daqueles que
vivem e respiram o ar de uma universidade e procuram dar sentido ao
futuro possível, e não se limitam a reproduzir o pior dos presentes
midiatizados.



Italiano



 Le nuove scelte didattiche della Facoltà di Scienze della
Comunicazione dell'Università "La Sapienza" mi impongono di rendere
pubbliche alcune perplessità, poiché, a fronte di un'indubbia crisi
dell'ordinamento triennale, si è deciso di ristrutturare l'ordine
degli studi secondo una visione della comunicazione restaurativa e
schiacciata sull'esistente. In tal modo, la scienza della
comunicazione rischia di ridursi a una preparazione professionale di
taglio giornalistico; le connessioni sperimentali e trans-disciplinari
con quanto emerge nella comunicazione digitale (estesa tra design,
architettura, pubblicità, performance, musiche, moda, arte ecc.)
spesso risultano incomprese, "non controllate" o  neutralizzate in
"tecniche"; e vengono ignorate, di conseguenza, quelle ricerche che
stanno tentando modificare paradigmi espositivi, composizioni
espressive, narrazioni multisequenziali.



Tale tendenziale rinchiudersi della comunicazione dentro un
giornalismo asfittico e un'apologia dei media impoverisce la Facoltà,
trasforma i docenti in funzionari dell'"industria culturale", addestra
gli studenti alla rinuncia all'innovazione e all'assenso disciplinato,
chiude alle nuove professionalità che attraversano visioni, stili,
linguaggi, è indifferente alle prospettive che nelle università estere
da tempo vengono applicate in questo ambito (si veda il ruolo
dell'antropologia culturale nei Media Studies in tante università
estere - MIT, Humboldt Universität,  Escola de Comunicação e Arte).
Tutto questo rischia di configurare provincialismo disciplinare,
endogamia mass-mediale, diffidenza dell'emergente, sottrazione delle
potenzialità digitali.



La materia che ho insegnato per più 20 anni – Antropologia Culturale,
materia fondamentale per gli studenti di primo anno  – è stata
soppressa, mentre a Roma, in Italia e ovunque, sarebbe necessario
moltiplicare le ricerche com questo orientamento, per contrastare le
pericolosissime onde razziste, le chiusure localistiche, i
decisionismi verticistici, le grettezze mediatiche. Si è preferito,
invece,  puntare su materie "classiche" (diritto e storia), eliminando
la prima delle tre discipline fondamentali delle scienze
sociali(antropologia, sociologia, psicologia). Il docente che la
insegnava viene "esiliato" al terzo anno del corso di laurea di
Cooperazione e Sviluppo, con una materia denominata Comunicazione
Interculturale. Già nel titolo del corso si esprime la continuità di
un dominio neo-coloniale dell'Occidente verso un mondo "altro": che la
"cooperazione" sia focalizzata a dare aiuti economici ai laureandi e
ai rispettivi Paesi di residenza, piuttosto che all'"altro", dovrebbe
essere ormai evidente; e sulla critica al concetto di "sviluppo" sono
stati scritti così tanti saggi prima e dopo il '68 che è noioso solo
ricordarlo. Quindi si crea una materia come Comunicazione
Interculturale, che fin dal nome rafforza chiusure identitarie e
culturali, regressioni scientifiche e formative, che purtroppo
appaiono in sintonia con quelle politiche da "lega romana" adeguate al
clima imperante, in cui un cattolicesimo appiccicoso cerca di
controllare governi e opposizioni, atenei, facoltà, docenti.



I riferimenti cui la mia cattedra si è ispirata sono collocati, tra
gli altri, nel filone antropologico inaugurato da Gregory Bateson:
che, a partire dalle sue ricerche anticipatrici a Bali, hanno permesso
di elaborare il doppio vincolo, concetto tra i più straordinari
applicato sia alla comunicazione "normalmente" psico-patologica che ai
mass media nascenti; fino alla sua collaborazione con Wiener per le
primissime ricerche sulla cibernetica. Anziché dedicarsi a santi e
madonne, processioni e proverbi – temi troppo spesso esclusivi
nell'insegnamento di questa materia da noi – la ricerca antropologica
di Bateson si inserisce nei flussi già all'epoca emergenti di
comunicazione, tecnologia, alterità.



Infine, questa lettera non rivendica nulla di personale (vado in
pensione dal prossimo anno e lascio quindi questa Facoltà). Essa
esprime un posizionamento politico-culturale che individua, nella
crisi crescente e apparentemente irreversibile della Facoltà di
Scienze della Comunicazione, un problema su cui indirizzare la
riflessione critica nell'interesse di docenti, studenti, impiegati: di
chiunque viva e respiri l'aria di un'università che cerchi di dare
senso ai futuri possibili e non si limiti a replicare il peggio dei
presenti mediatizzati.



http://blogs.metareciclagem.org/novaes/2008/08/13/la-fine-dellantropologia/

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    <title>Zapatismo hoy un libro Tinta Limon</title>
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Pareciera imposible pensar que se puede construir una nación con semejante 
frontera, con la "migra", con los paramilitares de los minutemen, con Bush 
y con todo eso; pero el paso de La Otra Campaña nos permitió demostrar que 
de uno y otro lado están surgiendo organizaciones, rebeldías y movimientos 
para los que esa frontera no existe, no existe en términos reales.

En ese sentido se pueden encontrar raíces culturales más profundas en 
Carolina del Norte que en el barrio Polanco de la Ciudad de México, a pesar 
de que hay una línea divisoria, una frontera que divide un país del 
otro.  Nosotros pensamos que se van a construir puentes, y que es ahí donde 
tenemos que darle el espacio a la imaginación.
Y si alguien tuvo, del otro lado de la frontera y de este lado de la 
frontera, la imaginación como para imaginarse que podía existir el otro 
como ente rebelde&amp; pues podemos imaginarnos un mundo que no tenga nada que 
ver con este ni en las relaciones entre hombre y mujeres, ni en las 
relaciones entre generaciones, ni en la relación entre los seres humanos y 
las cosas, ni entre razas, o entre naciones de raíces culturales diferentes.


Índice

Introducción, por Colectivo Situaciones | 51
Prólogo, por El Kilombo Intergaláctico | 11
Entrevista al Subcomandante Marcos | 15
Zapatismo: un breve manual sobre cómo cambiar el mundo hoy, por El Kilombo 
Intergaláctico, | 55
A manera de epílogo, por Raquel Gutiérrez Aguilar | 65


----------

Introducción
Por el Colectivo Situaciones

La edición

El texto que Tinta Limón presenta al público argentino es resultado de un 
intercambio: parte de la invitación que nos hizo el colectivo El Kilombo 
Intergaláctico de Carolina del Norte, Estados Unidos, a publicar en 
castellano la entrevista que le realizaron al Subcomandante Marcos tras La 
Otra Campaña y concluye con una perspectiva de la situación mexicana actual 
a cargo de Raquel Gutiérrez Aguilar.

El Kilombo Intergaláctico hizo la entrevista desde sus propias 
preocupaciones como colectivo compuesto por migrantes chicanos, estudiantes 
y gente de color viviendo en Estados Unidos. La publicaron en inglés a 
fines del 2007 (Paper Boat Press) y creyeron indispensable una edición en 
la lengua original de aquella conversación. Nosotros, agradecidos por el 
ofrecimiento, lo completamos con otra voz, también mexicana: invitamos a 
Raquel a que escriba un epílogo.

Tinta Limón Ediciones hizo su presentación como editorial militante hace 
cuatro años con la publicación de El fuego y la palabra, una historia del 
EZLN en su fase pública y un repaso de su trayectoria clandestina. Como 
apéndice, Gloria Muñoz Ramírez, autora del libro, incluyó un informe sobre 
las Juntas de Buen Gobierno, iniciativa entonces reciente y poco conocida 
del EZLN y las comunidades indígenas del sureste mexicano.

A El fuego y la palabra, que fue difundido a través de una extensa e 
intensa gira de presentaciones, le siguió en 2006 Bienvenidos a la Selva, 
un libro de textos y entrevistas compilado por el Colectivo Situaciones, 
que toma como punto de partida la sorpresiva aparición de la Sexta 
Declaración de la Selva Lacandona para recorrer distintas facetas de la 
realidad mexicana por entonces en pleno debate pre-electoral y varias 
cuestiones discutidas por dicho manifiesto político: desde la complejidad 
de una autonomía política y económica a la relación con las instituciones 
estatales y sus representantes, pasando por los llamados gobiernos 
progresistas de la región y su relación con las prácticas neoliberales.

De este modo, el texto que presentamos en esta ocasión significa para 
nosotros continuar un trabajo de acompañamiento es decir: de difusión y 
debatede las iniciativas zapatistas que fueron, desde su comienzo, fuente 
de inspiración de diversas experiencias colectivas de las que hemos formado 
parte. Hoy, con esta entrevista, nos interesa el pensamiento sobre una 
política capaz de imaginar cómo saltar las fronteras: las más evidentes que 
separan el Norte del Sur con murallas, con uniformados y discursos 
racistas; pero también las que se multiplican hacia dentro de cada país. 
Teniendo en cuenta la extensa y dispersa geografía mexicana, nos llama la 
atención también el modo en que la migración aparece desde las propias 
comunidades zapatistas: a la vez que las fragmenta, las prolonga del otro 
lado de la frontera. Y siguiendo ese desplazamiento: ¿hay influencias de 
los movimientos migrantes en el zapatismo?

Finalmente, ¿qué significa la aparición de miles de vidas sin territorio 
fijo? Al mismo tiempo poblaciones en tránsito que ya no tienen una 
identidad originaria a la cual volver y una dispersión de rebeldías que no 
quieren ni pueden tener un punto único de convergencia.



Las preguntas

Las preguntas formuladas por el Colectivo El Kilombo Intergálactico, 
enfocadas en los procesos identitarios abiertos, las migraciones, los modos 
de estar en tránsito, los intercambios posibles entre comunidades diversas 
en fin, en el deseo colectivo de traer al presente una comunidad 
multirracial como fueron los quilombos en toda la América mestiza que 
fugaba y resistía a la dominación española y portuguesa, parecen 
encontrarse con las preguntas que formula la situación actual del EZLN. El 
proceso iniciado en La Otra Campaña y que dura hasta hoy lleva a los 
zapatistas más allá de su territorio. No se trata, como en otras 
oportunidades, de una convocatoria a la selva Lacandona (Aguascalientes), 
tampoco a una marcha que tiene como centro los reclamos indígenas (como fue 
la Marcha del Color de la Tierra), sino de una invitación a construir un 
terreno común, nuevo, en buena medida desterritorializado, con el desafío 
de abrirse al protagonismo de otros actores y dinámicas.

Luego del fracaso de los diálogos con la dirigencia política nacional, las 
Juntas de Buen Gobierno fueron el fruto de un proceso de crecimiento hacia 
dentro, de profundización de las experiencias de autoorganización de las 
comunidades. Esta experimentación en el terreno del auto-gobierno 
constituye el nivel más alto de construcción de instituciones que los 
movimientos han logrado desarrollar por fuera del estado. Y su aparición 
pública fue tras el llamado silencio zapatista, momento fundamental para la 
reelaboración de su constitución política.

La Otra Campaña, por su parte, obligó a los zapatistas a volver a 
investigar, a preguntar y a escuchar y llegar hasta el otro lado. El 
recorrido emprendido con la propuesta de conclusión en una asamblea 
constituyentese emparenta con la historia mexicana de confeccionar 
planes(Plan de Ayala, Plan de Chihuahua, Plan de Guadalupe, etc.) en cada 
ciclo de lucha popular. Planes que se proponen como mapas de las 
resistencias de ese inmenso y complejo territorio.

Finalmente, en esta entrevista también aparece la necesidad de un respeto, 
de una escucha (una modestia), como condición de posibilidad para abrirse a 
otras luchas, para establecer un diálogo con ellas y no simplemente tomar 
nota de sus reclamos. Modestia como premisa de una situación común con los 
otros, donde la presencia de cada quien, mucho más allá de lo mediático, 
funda una existencia en común.

El zapatismo, desde su aparición pública, fue más allá de una 
reivindicación indígena, indigenista o indianista. Pudo inaugurar, dice 
Marcos, un fundamentalismo de raza, pero no lo hizo. Ahora, tiene por 
delante otro desafío: el que le impone la generación del 94: la que creció 
luego del levantamiento del primero de enero y que radicalizó ese 
movimiento de apertura a otras formas de política no identitarias. Esa 
apertura parece depender, en buena medida, del diálogo con otras 
experiencias, otras formas de autonomía y otros modos de vivir el territorio.


El contexto

La América Latina que emerge de la ola reciente de luchas contra el 
neoliberalismo, en sus diversas experiencias, es portadora de preguntas 
fundamentales, disidentes, sobre el modo en que (no) queremos ser 
gobernados, en que (no) queremos el trabajo, y sobre qué significa 
construir formas prácticas de relacionarnos en un nuevo tiempo y espacio. 
Estas preguntas sobre cómo avanzar en la creación de nuevos

terrenos de luchas y de comprensiones colectivas se vuelven centrales 
cuando de modo evidente en una parte del Cono Sur de América el discurso 
legitimador neoliberal ha sido sustituido por enunciados más híbridos, que 
contienen, en ocasiones, consignas y experiencias de los propios 
movimientos de resistencia. ¿Cómo atravesar este período en que las 
iniciativas autónomas deben afrontar la complejidad de un espacio común con 
gobiernos (como el de Bolivia) que se nutren de una complicada dialéctica 
con movimientos anticoloniales largamente resistentes? ¿O, como en 
Argentina, donde el grueso del movimiento de los derechos humanos encuentra 
en esa dialéctica un espacio de concreción a muchas de sus demandas 
fundamentales sobre la justicia y la memoria?
Desde estas preguntas, en nuestro caso, nos sumamos a este diálogo que 
aspiramos a que no deje de ampliarse en el respeto que los zapatistas 
proponen como modo de reconocimiento entre las luchas. Diálogo que se nutre 
desde una presencia viva: la que dice aquí estamos, como afirma en las 
últimas páginas Raquel Gutiérrez.


----------

Diseño: Carlos Fernández



Tinta Limón Ediciones

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Ciudad de Buenos Aires, Argentina

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    <title>Sindaci fuorilegge</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3001</link>
    <description>Li chiamano «sceriffi», ma i nuovi superpoteri li hanno trasformati in 
nemici della democrazia
Marco Bascetta

Cosa vi sarebbe di più democratico, contiguo alla nostra quotidianità, 
radicato nel territorio, vicino ai problemi e alle aspirazioni di chi lo 
abita, del governo locale? Di quei «comuni» che già nel nome stesso 
evocano la difesa di una comunità sociale e politica dall'arroganza di 
poteri lontani, astratti, predatori? Non è forse stato il 
«decentramento», la partecipazione popolare, il confronto ravvicinato, 
l'articolazione massima della sfera pubblica, una bandiera 
irrinunciabile del radicalismo democratico? E, tuttavia, l'ideologia 
contemporanea e il ceto politico italiano, che la alimenta e se ne 
alimenta, hanno provveduto a trasformare queste aspirazioni in un 
incubo, il governo locale in un formidabile dispositivo di repressione e 
regolamentazione delle vite.
Remoti sono i tempi in cui i comuni difendevano gli usi civici, e cioè i 
beni della collettività, dalle pretese dei feudatari. Semmai si tratta 
oggi di venderglieli o concederglieli a condizioni di massimo favore. A 
colpi di demagogia e procurati allarmi, dotandosi di giannizzeri ben 
armati e di volontari addestrati al controllo e alla delazione i governi 
comunali vanno trasformandosi in piccole satrapie elettive, che celano 
l'incapacità di migliorare la qualità dei servizi e la quantità delle 
risorse, dietro lo spettacolo della repressione capillare.
Il decreto Maroni, che conferisce ai sindaci poteri speciali «in materia 
di sicurezza» imprime a questa catastrofica deriva una spaventosa 
accelerazione. A infelicitare la nostra esistenza quotidiana e ridurre 
la libertà di tutti , soprattutto di quanti non dispongono dei mezzi per 
comprarsela sul mercato, non sono tanto le leggi, discusse nei 
parlamenti e raccolte nei codici, (sebbene anche queste facciano in 
molti casi la loro parte) quanto una selva di ordinanze, normative, 
divieti, prodotte dall'arbitrio di valvassori e valvassini della 
governance diffusa, sostenuta dagli interessi corporativi e particolari 
che la circondano e la aizzano.
Questo «potere di ordinanza» viene ora esteso oltre misura e sottratto 
al controllo della magistratura, ovvero all'obbligo di essere coerente 
con le leggi dello stato. In altre parole l'arbitrio dei sindaci può 
spingere la sua «creatività», come del resto quotidianamente accade, 
fino a imporre normative discriminatorie e limitazioni della libertà dei 
singoli o di determinate comunità, che contraddicono radicalmente 
l'ordinamento giuridico e i principi democratici. Sottraendo inoltre, 
chi ne cadesse vittima, a qualsiasi tutela e garanzia.
L' «ordinanza» diviene così un atto di sovranità fuori da ogni 
controllo, una decretazione quotidiana e banalizzata dello stato di 
emergenza che consentirà di discriminare, come già sovente accade, sulla 
base della razza, della religione, del censo, dell'età, del sesso o 
delle inclinazioni sessuali, infischiandosene dei principi e delle 
leggi. Gli esempi offerti dalla cronaca sono innumerevoli. Dai comuni 
che vietano la residenza a chi non disponga di un reddito superiore a 
una determinata cifra, a chi mette una taglia sulla cattura degli 
immigrati clandestini, a chi, come l'ineguagliato sindaco di Verona 
Flavio Tosi, fra molte altre nefandezze, privilegia nelle graduatorie 
per gli asili nido le coppie sposate ad alto reddito rispetto a quelle 
conviventi a basso reddito, fino alla guerra diffusa contro le moschee e 
gli insediamenti rom. E così di seguito ogni primo cittadino, senza 
freni o impedimenti, potrà conformare la vita cittadina alla sua 
personale concezione di legge e ordine, al suo proprio catechismo 
ideologico.Proibire, per esempio, che nei parchi pubblici si «sosti» 
nottetempo in più di due persone (Novara). È il federalismo della 
repressione, la fine dell'eguaglianza dei diritti.
Chiamare questi «amministratori» sceriffi non è sbagliato: sembrano 
usciti da un western di serie c. E poiché eletti, come gli sceriffi, i 
sindaci sono sospinti ad assecondare gli umori della maggioranza. In 
assenza di vincoli e tutele ci vuol poca fantasia a indovinare che le 
prime vittime delle loro ordinanze saranno le minoranze: rom, stranieri, 
omosessuali, turisti squattrinati e «irregolari» d'ogni razza e colore.
E la sicurezza, quel bene supremo, quella magica parola né di destra, né 
di sinistra, che corre sulla bocca di tutti? Della prostituzione, della 
mendicità, dei lavavetri, degli scarabocchioni che imbrattano i muri, 
dei venditori ambulanti si può pensare quello che si vuole, ma non certo 
che attentino alla sicurezza di qualcuno, che costituiscano un'emergenza 
tanto grave da legittimare la truce demagogia dei sindaci e l'estro 
repressivo degli assessori. La sicurezza, in questo caso, è una parola 
menzognera e un colossale imbroglio.
I sindaci dei comuni italiani, con poche distinzioni tra destra e 
sinistra, stanno avviandosi a diventare i nemici più insidiosi della 
democrazia e della libertà dei singoli; signorotti locali, circondati da 
corti voraci e applauditi da corporazioni egoiste e abbarbicate ai 
propri privilegi. Tutti ispirati da quel principio guerrafondaio e 
discriminatorio che considera un territorio come proprietà privata degli 
«autoctoni» e lo riorganizza in conseguenza come quei condomini di 
ricchi statunitensi in cui la Costituzione è sospesa e le guardie 
private garantiscono, con metodi spicci e senza impedimenti, l'ordine 
condominiale.
Le nostre città rischiano così di diventare tante piccole e grandi 
Dogville, quella comunità ipocrita e feroce, sorridente e carogna, 
descritta in un illuminante film di Lars von Trier.
Il partito dei sindaci è un vero incubo. Forse è arrivato il momento di 
organizzare una brigata volontaria di caschi blu, o rossi, o verdi, che 
si assuma il compito di esportare la democrazia e i più elementari 
principi di civiltà a Verona, Novara, Treviso, Padova, Salerno, Bologna, 
Firenze, Vicenza, Roma, Milano e molti altri luoghi. Una forza 
d'interposizione tra i giannizzeri municipali e le loro vittime di 
turno. Una guerra umanitaria contro la cattiveria e la stupidità.



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    <dc:creator>Roberto Vignoli</dc:creator>
    <dc:date>2008-08-09T23:53:21</dc:date>
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  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3000">
    <title>Il nuovo fronte di guerra, come profetizzato da Sbancor</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/3000</link>
    <description>"...Intravedo la prima linea del fronte di guerra: costeggia i confini 
della Grande Madre Russia: Bielorussia, Georgia, Ucraina, Armenia, 
Azerbaijan. Rivoluzioni Arancioni contro il nazional-bolscevismo di 
Putin. Qui la NATO vuole creare le sue basi avanzate. Qui passano le 
pipelines che portano energia all'Europa."

http://emiliaromagna.indymedia.org/node/1923


  Vampirismo geoeconomico

di /*Sbancor*/

Sulla scrivania ho tre schermi. Due sono di Bloomberg, il sindaco di New 
York. Uno manda in continuazione notizie dal mondo, l'altro disegna 
grafici su qualsiasi mercato, titolo, obbligazione o maledetta carta 
straccia "subprime" tu abbia in animo di analizzare e nel caso 
acquistare. Ma adesso non è proprio il caso.
Tenersi liquidi: questa è la parola d'ordine. Comprare, oggi non compra 
quasi nessuno.
Tranne i Sovereign Wealth Funds, dove vengono riciclati i petrodollari 
russi e arabi oppure i surplus commerciali del Far East.
Sull'altro schermo ho Google Earth. Sulla scrivania due libri: Il canto 
della missione 
&lt;http://www.libreriauniversitaria.it/canto-missione-carre-john/libro/9788804567813&gt; 
di John Le Carré, e Hitler 
&lt;http://www.libreriauniversitaria.it/hitler-genna-giuseppe-mondadori/libro/9788804573531&gt; 
di Giuseppe Genna.

E' tutto ciò che mi ha accompagnato in questi mesi di depressione.
Qualcuno di voi potrebbe chiedersi cosa c'entrano i computer con i libri 
e perché stanno tutti sulla mia scrivania. Domanda stupida. Stanno sulla 
mia scrivania perché fino a un po' di tempo fa sono stato troppo 
depresso per spostarli. Ma questa è una risposta stupida quanto la 
domanda. In realtà libri e computer descrivono la realtà. Ciò che sta 
succedendo ora, adesso. E le conclusioni che ne traggo non mi 
tranquillizzano. Anzi.

Sugli schermi vedo innanzitutto la crisi economica. Non sarà la prima e 
molto probabilmente neanche l'ultima. Eppure guardiamo le Borse 
mondiali. Dall'inizio dell'anno Shanghai ha perso il 31,96, Francoforte 
il 18,99 Tokyo il 18,18, Milano il 18%, Honk Kong il 17,85, Parigi il 
16,16, Zurigo il 14,85. New York il 14,07, Madrid il 12,60, Londra l'11,69.

Si dice che la crisi è finanziaria e americana, che sono i "subprime" ad 
avvelenare il sistema. Ma allora perché Shanghai è al -- 31,96%? E' 
vero, Shanghai era sopravvalutata, lo sapevano tutti. Tranne i 
risparmiatori cinesi! Se cade la domanda americana, cadranno anche le 
esportazioni cinesi, e se i cinesi tenteranno di sostituirle con la 
domanda interna, crescerà l'inflazione, come sta già accadendo. Nessuno 
è immune dal contagio. Alcuni "catastrofisti storici" pensano che i 
cinesi incominceranno a sbarazzarsi dei dollari e dei titoli americani 
denominati in dollari. Per far cosa? Per comprare Euro registrando una 
perdita di valore di circa 1/3 per ogni dollaro venduto ora? Certo un 
riequilibrio delle riserve valutarie è possibile. Gradualmente. Intanto 
lo yuan è legato al dollaro e gode di una svalutazione competitiva che 
agevola l'export. Invertire questa tendenza sarebbe folle. Bretton Woods 
II funziona ancora. Male, ma funziona.

Eppure...

Osserviamo ciò che è accaduto con la fredda lucidità dell'economia -- 
the dismail science diceva Carlyle.
Un settore periferico del mercato dei titoli americano, il più grande 
del mondo, va in crisi (vedi qui 
&lt;http://www.carmillaonline.com/archives/2007/08/002339.html#002339&gt;).
La crisi tramite le "cartolarizzazioni", cioè la trasformazione dei 
debiti in titoli, si allarga, prima agli Asset Backed Securities (ABS), 
poi ai Collateral Debt Obligations (CDO's). A questo punto la crisi 
diventa una valanga. Tutti i titoli in cui si suppone la presenza di 
mutui subprime perdono di valore. Le Agenzie di Rating, i Soloni del 
pensiero unico economico, vengono prese alla sprovvista. Loro sono 
abituate a valutare la solvibilità di un debito, cioè la capacità di un 
creditore a restituirlo, non la volatilità di un titolo, cioè il suo 
cambiamento di valore sul mercato. Reagiscono ad agosto con 
l'improntitudine di chi si è fatto cogliere in fallo. Effettuano un 
downrating di migliaia di titoli. Le banche che li possiedono non 
reggono il colpo. Qualcuna fallisce, come la Northern Rock in 
Inghilterra, prontamente nazionalizzata. Altre vengono salvate odal 
banche pubbliche in Germania, altre ancora messe sotto tutela, come 
Societé Générale in Francia.
In America saltano almeno cinque banche specializzate in mutui casa.

Ma non è che l'inizio. Sempre ad agosto l'interbancario inizia a 
bloccarsi. Che vuol dire? Semplicemente che le banche non si fidano 
delle altre banche e chiudono i normali canali di finanziamento 
all'interno del sistema creditizio. Crisi di fiducia che si trasforma 
immediatamente in crisi di liquidità. Intervengono le Banche Centrali 
Europee, Americane, Giapponesi e Australiane per fornire liquidità al 
sistema. E' un fiume di denaro che si riversa sulle banche. Centinaia di 
miliardi di dollari ed euro. Non basta. La crisi si ripete a ottobre, a 
dicembre, adesso. Le Banche centrali, la FED in testa, incominciano ad 
accettare titoli "illiquidi" in garanzia. Lo fa anche la BCE, ma non 
vuole che lo si dica. Sarebbe a dire che le banche prendono denaro a 
prestito dando in garanzia alle banche centrali carta straccia. Non 
Basta. La Bear Stearns, una delle più antiche banche d'investimento 
americane, è sull'orlo del fallimento. La FED interviene, anche se non 
potrebbe, in quanto i suoi interventi di salvataggio dovrebbero essere 
limitati alle banche commerciali. Ma Bernanke ha capito che se fallisce 
Bear Sterns non potrà evitare l'"effetto domino". Salterà Leheman 
Brothers e forse qualcun altro.

Il salvatore, come nel 1907, è la J.P. Morgan -- Chase. Nel 1907 John 
Pierpoint Morgan detto "the Magnificent" sventò la crisi e fece piazza 
pulita dei brokers e dei banchieri che non si sottomettevano al suo 
potere. Nel 1929 non ci riuscì. E fu la Grande Depressione. Oggi 
J.P..Morgan-Chase pretende un prezzo assurdo per Bear Stearns: due 
dollari ad azione. Meno di quanto valgono le proprietà immobiliari e il 
grattacielo di Bear, in Vanderbilt Avenue. Gli azionisti insorgono. 
J.P.Morgan senza fare una piega dice che è pronta a pagare cinque volte 
di più. Il prezzo è giusto. Quale? Bernanke approva entrambi i prezzi. 
Ne esce con le ossa rotte.
I mercati perdono fiducia anche nella FED.

Nuove iniezioni di liquidità. Iniezioni: già, come se fosse coca o eroina.
I drogati aumentano sui mercati. E bisogna evitare le crisi di astinenza 
da dollari o da euro. Le Banche Centrali ormai accettano di tutto in 
garanzia: CDO's, ABS, carta straccia. In cambio concedono presiti al 
tasso di riferimento o a quello di sconto.

L'ago entra nelle vene finanziarie del sistema dolcemente, quasi senza 
sprigionare sangue. Quello è riservato ai contribuenti, che dovranno 
pagare i vizi, assai costosi, dell'aristocrazia venale che governa il 
mondo e oggi è in crisi anemica..

Ecco le svalutazioni bancarie dell'ultimo trimestre, in miliardi di 
euro: UBS 12,12, Citigroup 18,10, Merril Lynch 7,34, Morgan Stanley 
2,30, Goldman Sachs 1,91, Credit Suisse 1,82, Deutsche Bank 2,50, Bear 
Stearns 1,75. Fortis 1,50, Creditagricole 1,15, Società Generale 1,52, 
Bank of China 0,83.

Perdite di sangue. Emorragie di denaro. Sintomi gravi, ma, temo, non 
terminali. I vampiri cercano sangue. E prima o poi lo trovano. Gli 
americani riscoprono J.M. Keynes.

Gli Stati Uniti, primo paese a dover affrontare la recessione, hanno 
finora deciso per un Economic Stimulus Package su cui il 24 gennaio 
scorso hanno trovato l'accordo il Partito Democratico e quello 
Repubblicano. Il piano ha un valore complessivo di 146 miliardi di 
dollari, pari a circa l'1% del PIL U.S.A.
Il piano ovviamente si accompagna agli interventi della FED ,che in 
cinque mesi ha ribassato di cinque volte il tasso d'interesse sui Fed 
Funds con un ribasso di 225 punti base e collocandolo quindi al 3%. 
Ulteriori tagli, forse addirittura per 75 b.p., sono previsti entro 
circa un mese.

Il piano americano anti-crisi dovrebbe riguardare circa 117 milioni di 
famiglie Sostanzialmente si basa su:

. Un sussidio fiscale minimo di 300 dollari e massimo di 600 per 
individui, e fino a 1.200 per le famiglie, con redditi inferiori a 
75.000 dollari l'anno per gli individui e 150.000 dollari per le 
famiglie. La stima dell'amministrazione è che questo programma costerà 
circa 100 miliardi di dollari.
. Sgravi alle piccole imprese attraverso la deduzione del 50% del valore 
dei costi sostenuti per nuovi impianti e attrezzature. Le imprese 
beneficiarie saranno quelle con un reddito inferiore a 800.000 dollari. 
Il costo di questa parte del piano è pari a 50 miliardi di dollari.
. Innalzamento dei limiti all'acquisto di mutui da parte delle agenzie 
governative Fannie Mae e Freddie Mac, si tratta di agenzie che operano 
sul mercato secondario acquistando mutui e rifornendo quindi di 
liquidità il mercato primario del credito immobiliare.

In Italia neppure Turigliatto avrebbe il coraggio di proporlo. Eppure... 
E' una goccia d'olio nel mare in tempesta della crisi.

Ma il vero keynesismo americano resta ancora quello militare. Tremila 
miliardi di dollari: questa è la cifra stimata da Joseph Stiglitz per le 
avventure belliche americane. Lui, da buon economista, dice che si 
tratta di costi. Ma se si trattasse invece di un investimento?

"Ogni crisi è crisi da sovrapproduzione", diceva un vecchio economista 
tedesco (K. Marx). Alla sovrapproduzione si può reagire sul breve 
periodo iniettando denaro, disse un economista inglese (J.M. Keynes). 
Questo può avvenire tramite la spesa pubblica, civile o militare. I 
modelli econometrici dicono che la seconda è più efficace della prima. 
Ma che avverrà nel "lungo periodo"?
Nel lungo periodo "saremo tutti morti", secondo Lord Keynes.

Oppure nasceranno nuovi mercati: il ciclo della riproduzione allargata 
farà un nuovo giro di valzer. La danza diverrà, però, sempre più 
spettrale, perché se la domanda ancora esiste, (in Cina, in India, in 
Africa, nella stessa ex URSS...) e si tratta di renderla "aggregata", 
cioè pagante, le risorse naturali e la capacità del pianeta di 
continuare a reggere non lo sono. Con questo modello di sviluppo sono 
ormai in via di esaurimento.
Ne Marx, ne Keynes lo avevano previsto.
Non solo. Al mondo non si è mai vista una nuova egemonia economica che 
non fosse anche egemonia politica e militare. Questo vuol dire che, se 
vi sarà un "decoupling", se cioè le economie dei paesi emergenti 
traineranno l'economia mondiale, dovrà esserci anche un "decoupling" 
politico e militare. Gli USA non hanno nessuna voglia di accettare 
questa ipotesi. Rinforzano la Nato: sono pronti ad allargarla fino a 
Georgia e Ucraina. Gli europei, che vedono con terrore i gasdotti che 
passano sotto la terra ucraina a rischio, se Putin chiude innervosito il 
rubinetto di Gazprom, lo impediscono.
Particolare significativo: la riunione si teneva nel Castello di 
Ceausescu a Bucarest. I Vampiri prediligono alcuni luoghi, piuttosto di 
altri...

***

Guardo Google Earth. Il mappamondo galleggia e poi scende, vertiginoso 
nelle zoomate.
Intravedo la prima linea del fronte di guerra: costeggia i confini della 
Grande Madre Russia: Bielorussia, Georgia, Ucraina, Armenia, Azerbaijan.
Rivoluzioni Arancioni contro il nazional-bolscevismo di Putin. Qui la 
NATO vuole creare le sue basi avanzate. Qui passano le pipelines che 
portano energia all'Europa.

Più a Sud l'Iraq.
Se ne è scritto troppo e troppo poco. Mi limiterò a un conto economico: 
prima delle guerre e dell'embargo, nel 1989, l'Iraq produceva 3 milioni 
di barili di petrolio al giorno. Oggi ne produce 2 milioni. La Cina 
consuma 7, 62 milioni di barili al giorno. Un anno fa ne consumava 7,24. 
Se il milione di barili in meno di produzione irachena fosse disponibile 
sul mercato, non vi sarebbe ancora squilibrio tra domanda e offerta. 
Nonostante Cina e India. Quesito: a chi giova la guerra in Iraq: ai 
rialzisti sul prezzo del greggio o ai ribassisti? Se non sapete 
rispondere compratevi una calcolatrice. O girate la domanda a un 
dirigente Exxon o Chevron o Shell, dopo esservi assicurati che abbia 
fatto il pieno di whisky.

La linea riprende: Iran, Afganistan, Pakistan, Belucistan, Uzbekistan, 
Turkmenistan, Khirghisistan. Qui la partita è più dura e più complessa: 
a fronteggiare la Nato non c'è solo la Russia ma l'intero Gruppo di 
Shanghai &lt;http://it.wikipedia.org/wiki/Shanghai_Cooperation_Organisation&gt;.
E in prospettiva, dunque, la Cina.

Ancora più a Sud il Corno d'Africa e il Congo. Heart of Darkness, fra 
capi tribali ex socialisti o integralisti musulmani, lottano fra loro 
per ricchezze che non possiederanno mai, perché già ipotecate dalle 
grandi compagnie multinazionali. Miniere di diamanti, pozzi di petrolio, 
coltan, materie prime. Inglesi, francesi, americani, olandesi succhiano 
l'anima nera dell'Africa.
Vampiri. Ancora Vampiri.

Neanche l'Europa è immune. Non solo a Est, ma anche a Sud. Una linea di 
guerra passa dal Kossovo, alla Turchia, alla Siria, al Libano, alla 
Palestina. Ma sembriamo non accorgercene. La stupidità non è un scusa: è 
un'aggravante.

Mentre a Lisbona il Trattato che costituirà la "Nuova Costituzione 
Europea", peraltro non sottoposta a nessun referendum, ci lega sempre di 
più alle scelte della NATO. Nessuno ha il coraggio di dire che la NATO, 
dopo la caduta del muro di Berlino, è un "ente inutile". Continuiamo così.
Vampiri.

L'ultima frontiera si sta creando in America Latina, fra la Colombia e 
il resto del continente sudamericano. Mentre il muro che separa il 
Messico dagli Stati Uniti è la smentita del NAFTA: i capitali e le merci 
possono circolare liberamente. Gli uomini no.

***

Guardo i libri. Le Carré racconta la "prima guerra mondiale africana" 
quella che dal Ruanda si è estesa al Kivu, Rpubblica Democratica del 
Congo. Quella che tutti hanno dimenticato prima ancora che iniziasse.
Genna scrive il primo romanzo su Hitler.

Parlano entrambi del male. Quel male che proviene dal non essere. Buco 
nero che attrae e distrugge in virtù non della sua forza, ma della sua 
stupidità e capacità di omologare a se stesso i comportamenti. Lo stesso 
male che Joseph Conrad (Kurtz) aveva intravisto risalendo il fiume 
Congo. Non entro nel dibattito letterario su Hitler. Altri l'hanno fatto 
e meglio di quanto lo possa fare io. Mi limito a notare una frase che mi 
ha colpito. Descrive il bombardamento di Dresda, la città morta. 
Duecentomila morti, gran parte bruciati vivi, sciolti dal fosforo a 
trecento gradi. Conclude: rilevando in Sir Winston Churcill "nessuna 
emozione".

"La crepa propagata dallo zero umano che combatte si è aperta in sir 
Winston Churcill.
Il principio di simmetria del male.
Il gelo.
La constatazione del disastro perpetrato.
L'inutilità della strage condotta con lucida insensienza.
Grava la vittoria postuma di Hitler in tutto ciò". (p.599)

Curioso. In quasi tutte le recensioni su Hitler, pochissime discutono la 
durissima implicazione politico-visionaria che ispira il romanzo: la 
vittoria postuma di Hitler nell'epoca della democrazia rappresentativa. 
C'è da chiedersi fino a che punto l'insensienza possa diventare 
stupidità. Forse, come temo, i due termini sono sinonimi.

Pubblicato Aprile 9, 2008 03:38 AM
Fonte: Carmilla on line 
&lt;http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002603.html#002603&gt;






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    <dc:creator>Roberto Vignoli</dc:creator>
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    <title>Intervista a Brancaccio sul congresso Prc</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2999</link>
    <description>
Liberazione, domenica 3 agosto 2008

 

Intervista a Emiliano Brancaccio 

 

di Angela Mauro



Fedele a quello che è il suo orientamento da economista, Emiliano Brancaccio
fa un'analisi marxista del baratro in cui è finita la sinistra e anche del
congresso di Rifondazione a Chianciano. Lettura attenta, la sua, che, senza
temere il giudizio politico, va al fondo delle questioni che rendono debole 
una
proposta di sinistra per questa società.


Un tuo giudizio su Chianciano.

 
Non è stato un bel congresso, non solo per il clima di guerra fratricida, ma
anche per una mancanza di approfondimento delle questioni cruciali per i
destini della sinistra e per i comunisti. Una mancanza che rilevo nella 
stesura di tutte le mozioni congressuali, nessuna esclusa. Non contenevano
molto sugli assetti dei capitali e dei blocchi di consenso e potere di questi
anni, né sugli assetti che determina l'apertura globale dei mercati. Insomma,
è bello
ritrovare le citazioni di Majakovski...


"Esci partito dalle tue stanze, torna dai ragazzi di strada"…



Sì. Nei testi però ho riscontrato ben poche applicazioni di analisi marxista,
che è una delle poche cose buone che ci resta. Tuttavia trovo affrettato il
giudizio di Asor Rosa che parla di "gruppettarismo" rispetto alla dirigenza 
che ha vinto il congresso. La linea di Ferrero apre una prospettiva incerta, ma
sarebbe illusorio pensare che la quella di Vendola avrebbe aperto una fase più
sicura. Si naviga tutti a vista, dentro un baratro e senza una carta vincente
per uscirne, indipendentemente dalla distanza o vicinanza rispetto al Pd.
Proprio riconoscendo questa estrema debolezza di tutte le anime del Prc, forse
bisognerebbe che i vendoliani togliessero la pistola dalla tempia della nuova
dirigenza per ritrovare unità d'azione.



Accettando l'offerta di gestione unitaria del partito?

 

Sarebbe opportuna. Del resto, ci sono cose anche sagge emerse dal congresso.
Subordinare le intese con il Pd a un tentativo di mutamento dei rapporti di
forza mi pare saggio, visto il fallimento del governo Prodi. Più complicata è
la scommessa su nuovo partito comunista che riscuota consenso tra operai e
soggetti deboli. E' una scommessa avvincente, con una logica, ma bisogna 
capire se sussistono le condizioni per vincerla. Lancerei un avvertimento a
Ferrero: non vorrei che si lasciasse sedurre da una prospettiva frettolosa,
fatta di vertenze disarticolate e priva di un progetto strategico.



Cosa vuoi dire?



Bisogna partire dalla scomposizione della classe lavoratrice: oggi c'è uno
scontro tra lavoratori privati e dipendenti pubblici, tra precari e con
contratto a tempo indeterminato, i nativi odiano gli immigrati, e c'è uno
scontro sotterraneo tra donne e uomini sul terreno della produzione e della
riproduzione. Riuscire a parlare a tutti è difficile. Anche se ci sono fondati
motivi per sperare in una rinnovata convergenza tra interessi di classe, 
questo processo è lento.



C'è un modo per parlare a tutti i "contendenti" del mondo del lavoro o bisogna
inventarselo ex novo?



Ci arrivo. Ma prima volevo sottolineare una seconda questione: bisogna 
superare quella marmellata che ha contraddistinto finora la strategia del
partito. Si giustapponevano il conflitto sull'ambiente, quello di genere, sulle
libertà sessuali, con il conflitto tra capitale e lavoro senza trovare una
quadra.
Faccio una provocazione: visto che si è detto bisogna stare meno in tv e più
nella società, mi chiedo se il Prc sarebbe in grado di elaborare un librettino
per presentare il partito a tutti, chi è, come vede il mondo.



Un depliant informativo?



Uno strumento alternativo ai grandi media. Ma ho il dubbio che in questo
momento non riuscirebbero a scrivere righe chiare. Ad esempio: se Revelli dopo
tanti velleitarismi e batoste ripropone la questione della decrescita, io mi
preoccupo, mi pare un'affermazione buttata nell'arena del dibattito senza
passaggi logici. Invece, dobbiamo discutere di conflitto ambientale tenendo
conto che il degrado ambientale si distribuisce tra le classi in modo
differenziato, i poveri ne subiscono di più gli effetti, così come subiscono
di più gli effetti dell'aumento dei prezzi delle materie prime. Quanto ai
diritti civili, l’ottimo lavoro svolto da Liberazione non va assolutamente
disperso, ma c'è stato il rischio che si discutesse di diritti civili in modo
velleitario.



Cioè?



Si dice "dobbiamo tornare dai ragazzi di strada". Va benissimo, condivido. Ma
è proprio lì che c'è un ritorno ad una pulsione patriarcale e maschilista:
vedono nella vecchia organizzazione familiare l'unico baluardo di difesa 
contro tempi così nefasti. Per poter affrontare questa contraddizione, sarebbe
necessario recuperare il meglio del femminismo e del comunismo in un'ottica di
materialismo storico, evitando la deriva liberale e tenendo insieme diritti
civili e diritti sociali.



Mi sembra che il tuo ragionamento denunci una linea politica fatta per slogan,
senza uno studio approfondito della società?



E' l'ottica della marmellata, del "tutto insieme". E siamo arrivati alla
frutta. Dobbiamo costruire una griglia concettuale convincente: la questione
dell'ambiente e dei diritti civili vanno declinati socialmente, in un'ottica 
di materialismo storico. Inoltre, ripeto, la nuova linea esige fiducia, ma vedo

il rischio che ci si concentri sull'istanza vertenziale e non strategica. Un
esempio su tutti. L'apertura globale dei mercati alla libera circolazione di
merci, capitali e persone sta producendo effetti dirompenti soprattutto sul
mondo del lavoro e c'è un'asimmetria politica macroscopica. Le destre, con
ardimento politico, propongono il blocco dei movimenti delle persone e il
controllo dell'immigrazione, tanto da arrivare a un passo dal reato di
immigrazione clandestina. E' possibile che di fronte a tutto questo ci sia
totale silenzio sul versante opposto, quello del controllo dei movimenti dei
capitali? I lavoratori prendono quel che il mercato politico gli offre e forse
propendono per la xenofobia anche perchè non vedono alternative.



Vittime e proseliti della propaganda ideologica, come quella messa in campo 
con la dichiarazione dello stato d'emergenza nazionale...



Sì, che però ha effetti pratici, penso ai cpt. Se la destra riesce a trovare
consenso tra i lavoratori sul controllo dell'immigrazione forse è perchè sul
controllo dei movimenti di capitali c'è silenzio. Al lavoratore andrebbe
spiegato che la libertà incondizionata di movimento dei capitali implica tante
cose, come la delocalizzazione e la chiusura della sua fabbrica, cose che
ricadono sulla sua vita...



Non vorrai dare tutta la colpa alla sinistra? Può avere così tanto potere
nell'influenzare l'agenda politica e mediatica?



Il punto è incunearsi nelle contraddizioni in un Pd in stallo totale. Bisogna
fare in modo che un partito comunista non porti avanti solo istanze 
vertenziali ma proponga un profilo strategico e anticipi il Pd per esempio sul
controllo dei capitali. Mi sta benissimo un'iniziativa politica sul potere
d'acquisto, sulla democrazia nei luoghi di lavoro ma per un vero profilo
strategico occorre qualcosa che non riguardi solo il "corno lavoro" ma anche il
"corno capitale".



Insisti molto su un partito comunista. Può ancora vivere?



Le espressioni socialista e comunista si tengono assieme da un punto di vista
logico, sono contrapposte ma, se cadono, cadono insieme. Nel '900 era così. E
oggi, così com'è difficile qualificare il comunismo è anche difficile
qualificare il socialismo. 


Stai cercando di gettare un ponte tra il socialismo del XXI secolo di cui 
parla Bertinotti e il comunismo su cui insiste Ferrero?


No, non è una questione di terzietà. Voglio essere chiaro: non credo che sia
la strada giusta quella di sostenere che l'espressione "comunismo" è
velleitaria. Se lo fosse allora lo sarebbe anche il socialismo perchè dobbiamo
riconoscere che nella funzione di produzione del compromesso 
social-democratico entrava la minaccia sovietica, dipendeva da essa, una volta
crollata è crollato il compromesso, il che rende complicato discutere non solo
del
comunismo ma anche del socialismo nel XXI secolo. Sostenere la credibilità di
quest'ultimo e il velleitarismo del primo significa compiere un’operazione
strumentale e significa non tener conto che siamo nel baratro, ed occorre
reimpostare ogni tassonomia.



Resta in sospeso il punto su come parlare alla classe frammentata.



Tra le diverse condizioni dei salari, di lavoro e sfruttamento, c'è un dato
unificante: la quota di prodotto sociale che spetta ai profitti cresce 
rispetto a quella che spetta al lavoro nel suo complesso. Guardiamo al profitto
come ad una cosa che non si può toccare ed è per questo che i lavoratori
scaricano le conflittualità tra di loro. Uno dei modi per tornare a
imbrigliare il profitto è che il capitale trovi difficoltà di movimento tra
un luogo e l'altro del
mondo, dunque controllo dei movimenti del capitale. Se i capitali si muovono
liberamente, il profitto è intoccabile e a quel punto i lavoratori si fanno la
guerra tra di loro. C'è un'altra cosa che vorrei dire.



Prego.



Il Pd ha una istanza al suo interno fortemente liberale e di apertura dei
mercati, ai capitali esteri e poi ha una logica velleitariamente 
universalista. Paradossalmente questa impostazione fa bene il paio con le
proposte dei "nipotini di Toni Negri" che si dichiarano così conflittuali ma
si coniugano bene con quella prospettiva liberale. La proposta di reddito di
cittadinanza universale può essere incorporata in quella prospettiva. Mentre i
comunisti e la sinistra dovrebbero segmentare i mercati e tornare a introdurre
vincoli e controlli nel mercato globale.

 

Senza temere protezionismi?



Esatto. Altrimenti sarà solo la destra a segmentare i mercati, costruendo un
nuovo corporativismo, nel quale ci sono tutti tranne i lavoratori.


 
Immagino che prima di parlare di architetture politiche, unità a sinistra o
sola unità con il Pdci, ci sia da sviluppare tutto il ragionamento di cui
sopra...


La dico così: se si parte dal problema di salvare le terga dei gruppi
dirigenti con architetture verticistiche, e se non si realizzano dei
ragionamenti di carattere strategico, le terga non si salvano.


-------------------------------------------[  RK  ]
+ http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant
+ http://www.rekombinant.org


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    <dc:creator>valentina.joplins84&lt; at &gt;yahoo.it</dc:creator>
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  <item rdf:about="http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2998">
    <title>Weaver Birds - 8 years of dyne.org</title>
    <link>http://permalink.gmane.org/gmane.culture.internet.rekombinant/2998</link>
    <description>-----BEGIN PGP SIGNED MESSAGE-----
Hash: SHA1



The Weaver Birds

by the dyne.org hackers

8 / 8 / 8

printable version: http://dyne.org/first_dharma_dyne.pdf (291 KB)


* Hackers spinning the Dharma wheel

You are welcome to join the new wheel spin of our history.

We hope you remember the time you signed up to receive some news about
our activities: well we've kept  this trumpet silent so far, still the
laborious weaving  of our net  has been going  on, until the  point we
really have something to say and to do together, today.

It  is almost 4  years that  this bulletin  wasn't sent;  the previous
dyne.org bulletins  were quite intimate,  announcing developments done
in our  own houses, the  development of our  own lives in  unusual and
experimental  ways.    This  one  is  a  bit   different,  more  open,
programmatic,  visionary and  inclusive, proposing  you a  plan  to be
shared and is already shared by many.

Right  now our  network has  become 8  years old  and by  now  you can
imagine this  number is very important  to us.  If you  are curious to
know what is happening please read on, we won't fancy you with special
effects, but dreams, thoughts and projects we are ready to realize.

Of  course this  text doesn't  just talks  about "us":  being  an open
network we are including multiple contexts around the world with which
we share mutual  help, where our contribution is  mostly technical, as
in our activity in free and open source development.  In fact, besides
the generic idea  of FOSS, we are moved by  the following dreams, that
are  slowly but  steadily becoming  reality...

For all this we are infinitely grateful to the GNU project that let us
discover  how  to   get  hold  of  knowledge,  take   control  of  the
architecture we live in and even start building a new planet :)


* Dharma youth

  *The only people  for me are the  mad ones, the ones who  are mad to
  live, mad  to talk, mad to  be saved, desirous of  everything at the
  same time, the  ones who never yawn or say  a commonplace thing, but
  burn, burn, burn, like  fabulous yellow roman candles exploding like
  spiders across the stars.* (Jack Kerouac, Dharma Bums)

First let's declare who  we are: after 8 years we are  able to trace a
common   denominator  among   the  people   active  in   our  network,
interconnected by a nomadic approach to development and life.

We are young dreamers, as we often like to stir limitations and invent
different  models to  learn, communicate,  share and  live  than those
proposed by the  societies where we are caged. We  have in common that
we survived  out of the  commonplaces, we cultivated our  thoughts and
sharing methods, knowledge and tools, keeping them out of any box.

This  is the  time in  our  history in  which we'll  speak with  young
voices, when we are moving some  crucial steps on which we'll base our
architectures,  hopefully mixing the  inner with  the outer,  the Ying
with the Yang.

Some of us  are nomads, some settle in different  places time to time,
some live in the same  marginal neighbourhoods of the world where they
were born, some  are working for multinational IT  companies, some are
riding bicycles all  around the world, some are  lecturing in schools,
some  are   exhibiting  in  art  galleries  and   some  are  squatting
houses. And  yes, probably you are one  of those, or you  have been in
contact with us, at least once.

What we  are proposing here is a  new model and we  finally acquired a
practical  vision  to  develop   it  in  harmony  with  our  different
environments.

Please continue reading if you like to discover why and how.

* Freedom of Creativity

  *The growth of the network rendered the non-propertarian alternative
  even  more  practical.  What  scholarly  and  popular writing  alike
  denominate as  a thing  ("the Internet") is  actually the name  of a
  social condition: the  fact that everyone in the  network society is
  connected directly,  without intermediation, to  everyone else.  The
  global  interconnection of networks  eliminated the  bottleneck that
  had required a centralized  software manufacturer to rationalize and
  distribute the  outcome of individual  innovation in the era  of the
  mainframe.* (Eben Moglen)

Free  and open  source  software  (often referred  as  FOSS) is,  when
referring  to the original  principles endorsed  by the  Free Software
Foundation[1]  (FSF), a  new model  for distribution,  development and
marketing of immaterial  goods. While recommending you to  have a look
at the  philosophy pages  published by the  FSF, we'll  highlight some
implications which are most important for us by letting our activities
possible and motivating them.

FOSS  implies an economical  model based  on collaboration  instead of
competition, fitting in the  fields of academic research where sharing
of knowledge is fundamental ,  and development where the joint efforts
of  different  developers can  be  better  sustained when  distributed
across  various nodes.  In this  regards we  like to  quote  John Nash
(Mathematics Nobel  in 1994)  saying that "the  best result  will come
from everybody  in the  group doing what's  best for himself,  and the
group".

Imagine then  that all creations re-produced  in this way  can also be
sold freely by anyone in each context: this opens up an horizon of new
business  models  that are  local,  avoiding globalized  exploitation,
still sharing a global pool of knowledge useful to everyone.

Furthermore, in the  fields of education we believe  that the inherent
independence of FOSS from commercial influences is crucial in order to
empower students  with a  knowledge that they  really own,  not making
them  dependent  from merchants  owning  their  creations by  imposing
licenses on the tools they've learned.

At last just  consider, and feel free to invent  more on these tracks,
the  impact of  FOSS in  fields as  communication,  social networking,
games, media and... evolution.

[1] see http://www.fsf.org

* No nationhood

  *Per far che  i secoli tacciano di quel  Trattato[2] che trafficò la
  mia patria, insospettì  le nazioni e scemò dignità  al tuo nome.* (A
  Bonaparte liberatore, Ugo Foscolo, 1778-1827)

  *One Planet, One Nation* (Public Enemy)

Our homelands are displaced and sometimes very different, difficult to
be put  in contact with  the boundaries given  by nations. In  fact we
think that nation  states should come to an end,  for the borders they
impose  aren't matching with  our aspirations  and current  ability to
relate with each other.

During the few years of our  lives we have been taught to interact and
describe  ourselves  within  national   schemes,  but  the  only  real
boundaries were  the differences between our languages,  while we have
learned to cross them.

- From our national histories we  mostly inherited fears and hanger, but
with this  network we  have learned  how to bury  them, as  they don't
belong to  us anymore.  What's  left is a  just a problem that  can be
solved:   we  will  stop   representing  us   as  part   of  different
nations. Even  if we could, we  don't intend to build  our own nation,
nor to  propose you a new social  contract, but to cross  all of these
borders as a unique networked planet, to start a new cartography.

We have a planet! and it is young enough to heal the scars left by the
last  centuries of  war, imperialism,  colonisation  and prevarication
that  left most  people  around us  cultivating  differences and  fake
identities represented by flags and nationalist propaganda.

We  aren't  claiming  to  open  the  borders  to  the  speculation  of
multinationals, since we are well aware this can be a rethoric used by
neo-liberist  interests  to  tramp  over the  autonomy  of  developing
countries.  The Contextual integrity[3] of different social ecosystems
needs  to be respected,  but still  as of  today the  national borders
didn't succeeded in preserving it.

With some exceptions, most of the national programs and cultural funds
we agreed to work with were  pretending each of us would dress a flag,
as  we  were  recruited in  a  decadent  game  of national  pride  and
competition,  with  an agenda  of  cultural,  economical and  physical
domination, tracing all our movements, assimilating them to leviathans
that are playing their last violent moves in a chess game for which we
are just seamless pieces.

This  doesn't makes  anymore sense  to  our generation,  we refuse  to
identify  with the governments  holding our  passports, while  we look
forward to relate to each other on the basis of dialogue and exchange,
approaches  and  architectures  that  can  be  imagined  globally  and
developed locally, in a open way the channels that let us speak to you
right now.

Therefore  we declare  **the end  of nations**,  as our  generation is
connected by  a way more complicated intersection  of wills, destinies
and, most importantly, problems to be solved.

[2] Trattato di Campoformio

[3] see    Nissenbaum,    H,    (2007)    Contextual    Integrity    -
    http://crypto.stanford.edu/portia/papers/RevnissenbaumDTP31.pdf

* Networked cities

  *Creo que con el tiempo mereceremos no tener gobiernos.* (Jorge Luis
  Borges, 1899-1986)

Naturally  our  cartography draws  connections  among  nodes, hubs  of
intelligence that are  closer in the cyber space  than in the physical
one.  In the  last century  we have  learned how  we can  share music,
lyrics, stories  and images, since a  few decades we are  able to copy
them without marginal costs across the whole world.

This let us relate to each other with an outreach that is amplified by
the density of our living  environments, the urban spaces that somehow
offered enough gaps  for our agency.  Those who  pretend to govern our
living are  now busy in  controlling those voids,  as every tree  in a
public square  represents an  obstacle for their  cameras, omnipresent
eyes patronising our evolution.

We found shelter in the  ancestral practices of trance[4], opening the
doors  of our  perception to  the unknown,  resonating our  own bones,
enhancing the  agility of our  tongues to follow  the hip hop  flow of
radical  thoughts,  skating  over  the universe  we  are  constrained,
painting fantasy over the imposed  walls of our cities, jumping higher
to join the loose ends of our parkours.

These practices are now among all  of our cities[5], seeded by our own
need  to evolve,  to influence  a  governance that  doesn't listen  to
us. Some kids turn into a  dark army of vengeance, some lost the faith
in future, some fall in  the virtual loopholes offered by the magnetic
startups  of  the  dot.com  boom.   We  need  to  offer  ourselves  an
alternative to this hopeless conflict and the first step is to build a
narrative that respects all choices, that doesn't neglects sufferance.

All this creativity and despair is shared among our cities, stuffed by
unnecessary needs and mirages of success of the "creative industries",
while we already  elaborate a concentric vision that  is linked to the
density of our lives and the cultural flow of our errant knowledge.

Therefore we declare the birth of a **planet of networked cities**[6],
spiral architectures of living swirling above our heads and across our
fingers,  as they  evolve in  a  common practice  of displacement  and
re-conjunction, joining the loose ends of our future.

Our plan is  simple and our project is already in  motion. In fact, if
you look around  yourself, you will already find  us close.  While the
current economical  and political systems face the  difficulty to hide
their  own incoherence,  we  are able  to  implement their  principles
better and, most importantly, we are elaborating new ones.

We are reclaiming the infrastructure, the liberty to adapt them to our
needs, our right to property  without strings attached, the freedom to
confront ideas without any  manipulative mediation, peer to peer, face
to face, city to city, human to human.

The possibility  to grow local communities  and economies, eliminating
globalized monopolies and living up  from our own creations, is there.
We are filling the empty spaces left in our own cities, we are setting
our own desires and we are collectively able to satisfy them.

Furthermore, some of us are  seeking contacts with the lower strata of
societies, to share  a growing autonomy: as much  they are excluded by
the society they serve, that much  they are close to freedom, while it
is  clear that  autonomy is  the  solution to  present crisis.   These
marginal communities  were the villagers who, mostly  because of rural
poverty, could no longer survive  on agriculture, as well the migrants
and refugees  who had  to escape  their birth places,  or never  had a
homeland.   They came  to  the city  and  they found  neither work  or
shelter.  They  created their  own jobs out  of the cynical  logics of
capitalism,  mostly  in  refuse  recycling.   They look  ugly  to  the
minorities in power, while  most architect and urban planners unjustly
call "illegal  settlements" their shelter. Some of  them they organise
to gain power  with solidarity, and those are  the squatters.

During the past decades we have  learnt to enhance our own autonomy in
the urban contexts[7], diving  across the different contexts composing
the cities,  disclosing the inner structure of  their closed networks,
developing a  different texture made of relationships  that no company
can buy.

We  are the **Weaver  Birds**, burung-burung  manyar[8], we  share our
nests in a network, we flow as the river of the spontaneous settlement
of  Code in  Yogyakarta[9],  the gypsy  neighbourhood  of Sulukule  in
Instanbul,  the Chaos  Computer Club  ,  all the  hacklabs across  the
world, the self-organised squatters  in Amsterdam Berlin Barcelona and
more, the hideouts  of 2600 and all the  other temporary hacker spaces
where our future, and your future, is being homebrewed.

This document is  just the start for a new  course, outing an analysis
that is  shared among a growing  number of young  hackers and artists,
nourished  by their  autonomy and  knowledge.  Our  hacker  spaces are
quickly proliferating as we don't need to build more space rather than
penetrate existing empty  space, we are highly adaptive  and we aim at
connecting  rather than  separating,  at being  inclusive rather  than
exclusive, at being effective rather than acquiring status.

To those  who feel threatened  we ask: do  not resist us, for  we will
last longer than  you, and leave us space, for you  don't use it while
we do.  Do it for the good of all of us, because we are your own kids.

[4] Lapassade, G. (1976) Essai sur la transe, Éditions universitaires

[5] De Jong,  A, Schuilenburg,  M. (2006) Mediapolis.  Popular culture
    and the city, Rotterdam: 010-Publishers

[6] Batten, D.F. (1995), Network Cities: Creative Urban Agglomerations
    for the 21st Century, SAGE

[7] Lapassade, G. (1971), L'Autogestion pédagogique, Gauthiers-Villars

[8] Burung-Burung Manyar means "Weaver  Birds" in bahasa indonesia, is
    a book by Romo Mengun published in 1992 by Gramedia (Jakarta)

[9] the  Code  riverbank was  considered  an  "illegal settlement"  of
    squatters,  while Romo  Mengun has  been active  between  1981 and
    1986, gathering the sympathy of intellectuals believing that these
    poor members of  society should be accepted and  helped to improve
    their living  conditions. The government of  Indonesia planned its
    forced removal  in 1983, but  as protests followed the  plans were
    cancelled.  Nine years later in  1992 Kampung Code was selected as
    the winner  of the Aga Khan  Award for Architecture  in the Muslim
    World. The Code riverside settlement continues to exist until this
    day, as a remarkable example of urban architecture.

* Horizontal media

  *Whoever  controls the  media  -the images-  controls the  culture.*
  (Allen Ginsberg, 1926-1997)

Our concern  about freedom  in media is  serious, the  current urgency
justifies all our acts of  rebellion, as they become necessary. One of
our main activities is patiently weaving the threads for open networks
that put us  all in contact. But greedy  national regimes and criminal
organisations threaten us as if they can avoid their fascist nature to
be known,  while opportunist  provokers use our  open grounds  to have
granted the right to offend and generate more wars.

About media we certainly accumulated enough knowledge to trace a clear
path for our  development, as we have been doing  since the early days
of our existence: we are active in implementing the liberties that the
digital age  grants us.  This  intellectual freedom is  very important
for the development  of humanity, for its capacity  to analyse its own
actions, to weave its faith in harmony.

Our  plan is to  keep on  developing more  on-site and  on-line public
space  for  discussion,  following  a **decentralised  pattern**  that
grants  access to most  people on  our planet.   We created  tools for
independent  media, to  multiply the  voices in  protection  of common
visions, to avoid  that a few media tycoons  take over democracies, as
it is happening in many different places of this world.

We are aware of the limits of the present implementation of democracy:
while  they  are  busy  celebrating  their own  success  over  archaic
regimes,  these systems  stopped updating  their own  architecture and
have fallen in control of new enemies which they cannot even recognise
anymore.

The  solution we  propose  is simple:  maximise  the possibilities  to
recycle  existing  media infrastructures,  open  as  many channels  as
possible,   free  the   airwaves,  let   communication  flow   in  its
multiplicity, avoid any mono-directional  use of it, give everyone the
possibility to  run a  radio or  TV station for  it's own  digital and
physical neighbours, following an organic pattern that will modularise
the  sharing of sense  and let  ideas propagate  in a  horizontal, non
hierarchical way.

If these media architectures will be linked with education models that
foster  tolerance we  have hope  to  accelerate the  evolution of  our
planet and grant protection to the minorities that are populating it.

* Freedom of identity

We believe  that current governmental efforts of  biometric control by
governments,  priv